‘ilibridelBorghese’ pubblica ‘Fascismo Giappone Zen’ di Julius Evola

La Fondazione ‘Julius Evola’  pubblica con ‘ilibridelBorghese’, edito da Pagine,   ‘Fascismo Giappone Zen’ di Evola. Riccardo Rosati, che ha curato questo volume, illustra nell’introduzione che  Evola giunse a importanti conclusioni, avendo   intuizioni geniali e rivoluzionarie riguardo le discipline orientali, ben teso  a sdoganare l’Oriente, in quegli anni considerato da più parti la culla del pericolo antifascista. In effetti, già allora ciò che in Occidente giungeva dall’Asia era spesso filtrato dalla mentalità anglosassone. L’Oriente di Evola è di tutt’altro genere,  e  va dritto alle fonti. Ciò che c’è di più importante in Evola, è che la sua ricerca dell’Oriente è vera e propria ricerca di ciò che di essenziale presentava ancora l’Oriente, con l’intento di ridestare ciò che di essenziale aveva perduto l’Occidente. Per avere  un esempio di come gli intenti di Evola non provenissero  dalle mode del momento, ma da una  radicale ricerca di essenzialità, basterà pensare  a come tratteggia in uno di questi saggi la figura del Tennō, dell’Imperatore del Giappone, incarnazione politica e spirituale  del mondo della Tradizione e presenza tangibile del divino sulla Terra.  Presenti nella raccolta di saggi due scritti di Benito Mussolini, che danno un’idea della lungimiranza e  consistenza culturale del Duce, il quale dimostra di aver saputo cogliere con largo anticipo le enormi potenzialità dell’Asia,  e del Giappone in particolare.  Fu, del resto, proprio sotto il fascismo, nel 1933, che presero vita le attività dell’Istituto Italiano per il Medio e l’Estremo Oriente. Julius Evola  è stato un filosofo, pittore, poeta, scrittore ed esoterista italiano. Fu una personalità poliedrica nel panorama culturale italiano del Novecento, in ragione dei suoi molteplici interessi: arte, filosofia, storia, politica, esoterismo, religione, costume e studi sulla razza. Le sue posizioni si inquadrano nell’ambito di una cultura di tipo aristocratico-tradizionale, e di tendenze ideologiche in parte presenti nel fascismo e nel nazionalsocialismo, pur esprimendosi spesso in chiave critica nei confronti dei due regimi. Mussolini ne apprezza alcune impostazioni, ed in particolare il ritorno alla romanità e una teoria della razza in chiave spirituale. Da parte sua  il filosofo nutre una pacata ammirazione nei confronti del Duce. Ma è lo stesso Evola, nel primo numero della rivista da lui diretta, ‘La Torre’, quando espone il suo pensiero sul mondo della tradizione, a sintetizzare la sua posizione verso il fascismo: ‘Nella misura che il fascismo segua e difenda tali principi, in questa stessa misura noi possiamo considerarci fascisti. E questo è tutto’. In realtà il vero ruolo rivoluzionario svolto da Evola  lo troviamo nella sua figura di ‘esoterista’. Il suo ruolo di filosofo, anche dal punto di vista politico, è assolutamente secondario. Nel 1927 si forma il ‘Gruppo di Ur’, con l’obiettivo di trattare con serietà e rigore le discipline esoteriche ed iniziatiche. La parola, come spiega lo stesso Evola, è tratta dalla radice arcaica del termine ‘fuoco’, ma vi era anche il significato di primordiale, originario.  Il ‘Gruppo di Ur’ si prefigge di accentuare maggiormente il lato pratico e sperimentale. Il gruppo di studio adotta il principio dell’anonimato dei collaboratori,  che si firmano tutti con uno pseudonimo,  ed inizia sotto la direzione di Evola la pubblicazione di fascicoli mensili che sono poi riuniti nei volumi ‘Introduzione alla magia’ usciti tra il 1927 e il 1929.  Il termine magia, spiega Evola, non corrisponde al significato popolare, ma alla formulazione del sapere iniziatico che obbedisce ad un atteggiamento attivo, sovrano e dominativo,  rispetto allo spirituale. Ne  ‘Il cammino del cinabro’, Evola torna sull’argomento raccontando di come Mussolini si preoccupasse del ‘Gruppo di Ur’, pensando che qualcuno volesse agire magicamente su di lui. Evola mette in relazione questo fatto all’ordine giunto ad alcune riviste di interrompere la collaborazione con lui,   decidendo di chiarire il fatto con il duce: ‘Giunto a sapere come le cose effettivamente stavano, Mussolini cessò di interferire’. In realtà, Mussolini, oltre che suggestionabile, era abbastanza superstizioso. Partiamo ora, relativamente al volume di cui discutiamo, dal Giappone e dallo Zen. Infatti Evola individua nell’assoluta devozione verso l’Imperatore la difesa delle tradizioni del proprio Paese,  un modello che il popolo nipponico ha dato ad un Occidente sempre più corrotto. Evola è un ‘antropologo della Tradizione’ tanto da osservare, rispetto ai rapporti tra Oriente ed Occidente: ‘Per quanto riguarda l’Oriente, si deve esigere per prima cosa lo studiare e il conoscere. L’Oriente non è Tagore, non è Shurè, non è il teosofismo anglosassone, con cui non abbiamo nulla a che fare, non è il Ghandi, e via dicendo. Si leggano, invece, le Upanishad, la Bhagavad-gita, il Samkhya, il Majjimonikayo, i Tantra, e poi si parli’. Per cogliere gli aspetti legati ad alcuni specifici interessi di Evola verso determinate tematiche è necessario annotare i rapporti intercorsi con  ‘Arthur Avalon’, pseudonimo  di John Woodroffe.   Sarà lo stesso Evola nella sua autobiografia intellettuale a confermare l’esistenza di una lunga corrispondenza con  Woodroffe: ‘Nella corrispondenza che ebbi con lui, si dette persino il caso che Woodroffe, il quale aveva trascorso trent’anni in India in contatto diretto con diversi pandit tantrici, riconoscesse la giustezza di alcune interpretazioni che io proposi’. Evola inviò al suo interlocutore britannico persino alcuni fascicoli di ‘Ultra’, presumibilmente i due nei quali apparvero scritti evoliani particolarmente dedicati al tantrismo. Woodroffe in una sua lettera segnalò anche al suo confratello bengalese Atul Behari Ghose,  per sottolineare l’importanza del contatto con quello che egli continuava a chiamare il ‘professore Evola’. Nella sua lettera il giudice inglese segnalava anche la particolare attenzione dello studioso italiano per la dimensione metafisica, magica e devozionale della tradizione tantrica cui entrambi aderivano.  In quel tempo Evola stava tentando di raccordare la sua personale filosofia dell’Idealismo magico,  con l’universo dottrinale tantrico nel quale apprezzava il ruolo svolto dalla volontà e, ovviamente, dalla shakti, la potenza.  John Woodroffe fece conoscere a Evola tutta una serie di testi tantrici assolutamente ignorati e, soprattutto, l’autentica realtà dottrinale e rituale che li sostanziava.  Secondo Evola questo sostrato spirituale,  che alimenta il suono e il linguaggio sul piano rituale,  può permettere alla sacra parola di evocare persino delle immagini,  quali potenze che si manifestano. Il rito stacca il suono dalla sua prigione apparente e sensitiva e lo introduce al piano delle forme formanti.  Qui basterà dire che la base di molte forme d’arte indiane, e più in generale orientali, si trova proprio nel rapporto che ogni sacro rituale stabilisce fra mantra, yantra e mudra, ossia fra il suono, la mente e il gesto in un rapporto sacramentale che trasfigura lo yoghin e ne fa un essere archetipico. Il frutto maturo di questi studi fu la stesura de ‘L’uomo come potenza’, pubblicato nel 1926 nelle ‘Edizioni Atanor’ di Todi-Roma. Il libro era diviso in tre sezioni. La prima studiava lo spirito dei Tantra in relazione ad Oriente e Occidente, la seconda ‘La teoria della Potenza’ e la terza ‘La tecnica della Potenza’. Evola elenca i fondamenti dottrinali, le connessioni e la struttura rituale nella quale si deve collocare il tantrismo,  che resta non una sofisticata forma di speculazione fruibile dall’Occidente, ma una via di realizzazione spirituale.  In sanscrito dhyana, in cinese ch’an, in giapponese zen: pensare, riflettere, meditare. Un percorso indica  che  lo Zen non è  una religione,  né una filosofia, bensì una metodologia dello spirito, della coscienza e della mente.   E’ una Via semplice, diretta e concreta,  che ci riporta alla realtà, ‘qui e adesso’. Percorrendo la Via dello Zen, chiunque può superare i condizionamenti e gli attaccamenti dietro cui si nasconde la realtà e immergersi nella vita attimo dopo attimo, per cogliere la Verità Assoluta.   La Verità Assoluta può essere colta solo  attraverso l’esperienza diretta ed  ogni tentativo di spiegazione sarebbe relativo e non assoluto. La Via dello Zen si occupa di questo Assoluto, non di uno schema religioso fissato dall’uomo come ‘io personale’. Il Buddhismo Zen  affascinava Evola per i suoi risvolti interiori, meditativi e formativi. Sia chiaro che  parlare di Julius Evola è parlare di tradizione.  Ma non di   tradizione esoterica, non di tradizione occulta, non di termine tradizione filosofica, ma solo della tradizione che proviene dal latino traditiònem, che deriva da tràdere, ovvero,  consegnare, trasmettere.  Trasmettere  all’interno di un gruppo umano, della memoria di eventi sociali o storici, delle usanze, delle ritualità, della mitologia e delle credenze religiose. In ambito filosofico la tradizione viene intesa  come concetto metastorico e dinamico, indicante una forza ordinatrice in funzione di principi trascendenti, la quale agisce lungo le generazioni, attraverso istituzioni,  leggi e ordinamenti.  Alcuni tradizionalisti hanno abbracciato i termini di ‘Reazione’ e di ‘Contro-rivoluzione’, riferendosi alla decadenza della società provocata dall’Illuminismo. Poiché i conservatori tradizionalisti hanno una visione gerarchica della società essi difendono la struttura politica di tipo monarchico come l’assetto sociale più naturale e benefico. Il Tradizionalismo,  sebbene non si incarni in un preciso modello politico,  è esistito da quando è cominciata la civiltà. Pensatori tradizionali o tradizionalisti, tra i quali René Guénon e Julius Evola, concepiscono la Tradizione  come trascendenza immanente, quale forza che è presenza dal carattere sopraelevato rispetto alle contingenze storiche. Il concetto di ‘tradizione’ viene spesso ricondotto all’aspetto esoterico inteso come trasmissione di storia, filosofia di pensiero e valori. Lo Zen è per Evola il ritorno ad una primigenia purezza. Per questa disciplina ascetico-meditativa, insieme al suo ruolo fondamentale nella cultura tradizionale nipponica Evola è vicino al Giappone,  e afferma con convinzione il fatto che lo Zen  ha rappresentato una riscoperta degli autentici valori del buddismo, fuor di religione e corruzione,  e identifica la sacralità nel governo dell’Imperatore, proponendo un parallelismo con l’Occidente antico, segnatamente con la figura divinizzata dell’imperatore romano. Mussolini, dal canto suo, si pone il concetto di un fronte unico riunendo tutti coloro che sono capaci di rivolta contro i rivolgimenti negativi del moderno mondo occidentale, tutti coloro che hanno lottato e lottano contro la mancanza di anima e di ideale di questa civiltà che negli ultimi secoli ha avuto il sopravvento nel mondo. Mussolini definisce il fascismo ‘come rivoluzione e rinascita essenzialmente spirituale e, proprio in questo senso, ha indicato un simbolo, in funzione del quale l’antitesi Oriente-Occidente non ha più alcun senso, ma invece e soltanto la nuova antitesi tra coloro che in ogni terra tornano a riconoscere il diritto di una supervisione spirituale come principio di civiltà e coloro che tutt’ora appartengono al mondo crepuscolare, decomposto, barbarico, disanimato dell’età oscura’. La rinascita fascista, per Mussolini, era una rinascita essenzialmente spirituale, punto di partenza per nuove prospettive che realizzassero una intesa spirituale creativa tra Oriente e Occidente.

Roberto Cristiano

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