Il timore che l’onda delle banche arrivi a Draghi

A palazzo San Macuto, sede della Commissione d’inchiesta sulle banche,   le due principali istituzioni che hanno il compito di vigilare sulla stabilità del sistema finanziario,  Bankitalia e Consob,  sono state messe alla sbarra, dal Parlamento, che ha deciso di avocare a se i poteri propri della magistratura trasformando due semplici audizioni in testimonianze  dove chi mente potrà essere incriminato per falsa testimonianza.

Il Parlamento. quindi, ha processato Consob e Bankitalia, con queste ultime che sono ricorse allo scaricabarile.

 La modalità scelta dai partiti vuole intenzionalmente darli in pasto all’opinione pubblica, indicandoli come gli unici colpevoli delle crisi degli istituti bancari italiani.  A nessuno pare importare che presto l’onda lunga possa arrivare a lambire i piani alti di Francoforte e cioè l’ufficio del presidente della Bce, Mario Draghi.
 La commissione d’inchiesta sulle banche è diventata il set perfetto di una campagna elettorale distruttiva e il luogo di processo sommario alle istituzioni di vigilanza, con  un  rimpallo di responsabilità: Consob contro Bankitalia, Bankitalia contro Consob. E soprattutto l’ennesima irritualità, sul tema banche, come ai tempi della mozione parlamentare del Pd su Visco.
Parliamoci chiaro,   dice un parlamentare della commissione,  siamo di fronte a un’escalation, evidentemente innescata da Renzi, che vuole scaricare tutta la responsabilità dei crac bancari su Bankitalia. Lo scontro tra Bankitalia e Consob, in tal senso, è il massimo risultato che si poteva cogliere.
Ora il timore al Quirinale è che questo sia solo l’inizio. E che, in un imprevedibile crescendo, possa essere tirato in ballo il nome dell’attuale presidente della Bce Mario Draghi. La calendarizzazione dei lavori indica che martedì si partirà da Mps, come più volte chiesto da Matteo Orfini, e dunque si arriverà a discutere della madre di tutte le acquisizioni: l’acquisto di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi di Siena, operazione costata 17 miliardi di euro quando Mps aveva un capitale residuale di soli 4,8 miliardi. Draghi era allora il governatore di Bankitalia, organismo che autorizzò l’acquisizione condizionandola a una complessa operazione di ricapitalizzazione e di emissioni di strumenti ibridi.
Il timing della fine della legislatura dipende da Gentiloni, dal governo, dal Parlamento, ma è un fatto che il voto a marzo, con scioglimento a inizio del prossimo anno, di fatto chiude anche questa commissione, perché con le camere sciolte non si possono più fare audizioni, ma solo la relazione finale. Di fatto col Natale  si chiuderebbe tutto. E la campagna elettorale si sposterebbe nelle piazze e nei talk show.
Le conseguenze sono molto rischiose per l’Italia.  Supponiamo che si vada a votare a marzo 2018. Da oggi fino al voto quasi tutti i partiti dell’arco istituzionale faranno campagna contro Bankitalia, Consob e probabilmente lo stesso Draghi. La faranno i 5 Stelle, la farà il Pd, la farà la Lega, la farà Fratelli d’Italia, la farà l’ala più intransigente di Forza Italia. Se si mettono assieme le percentuali di voto che hanno secondo gli ultimi sondaggi, viene fuori un dato eclatante: più del 70 per cento del prossimo parlamento picconerà le massime istituzioni finanziarie senza ritegno.
Ad aprile è molto probabile che la politica non riesca a esprimere una chiara maggioranza visto come è congegnato il Rosatellum. Quindi c’è il concreto rischio di trovarsi in una fase di stallo politico con l’ulteriore difficoltà di non poter attingere facilmente al tradizionale bacino di ‘tecnici’, ormai svuotato e delegittimato.
I partiti non possono scaricare tutte le responsabilità sui vigilanti, i quali, come detto, non sono stati impeccabili. Partiamo da Mps, che negli ultimi dieci anni ha bruciato circa 20 miliardi. La crisi della banca senese parte nel 2008 con la sciagurata acquisizione di Antonveneta per una cifra totalmente fuori mercato. Da quel momento è stato un susseguirsi di perdite e aumenti di capitale finiti nel nulla che hanno portato l’istituto sull’orlo del fallimento e al salvataggio finale fatto dallo Stato.
Secondo Renzi, l’obiettivo della battaglia del Pd in Commissione Banche non deve essere e non è il presidente della Bce, anche se la Commissione deve andare ‘fino in fondo’ per far emergere le responsabilità dei tecnici sui crac bancari, senza fare sconti. E in questo gioco contro la Bce, Renzi sta alla finestra. Non partecipa. Convinto della strategia di attacco a Bankitalia, meno di quella che punta direttamente a Mario Draghi.
Renzi ha scritto però ancora ieri in un post su Facebook, preparato dal suo ‘treno dell’ascolto’, che bisogna andare ‘fino in fondo’.  Anche se è evidente a tutti che il lavoro della Commissione potrebbe finire per mettere sul banco degli imputati anche Mario Draghi, il più alto in grado nel mondo bancario europeo.
Che Renzi non voglia puntare l’obiettivo direttamente su Draghi lo ha spiegato anche il fedelissimo capogruppo Ettore Rosato ai microfoni di Radio Capital: ‘Nessun interesse a coinvolgerlo’. Ma è chiaro anche al quartier generale renziano che ormai la ‘macchina infernale’ della Commissione Banche è in moto, il fango potrebbe arrivare anche a Francoforte.
La strategia abbracciata da Renzi  in vista delle politiche di primavera è chiara: ‘Basta accusare la politica, devono venire fuori le responsabilità dei tecnici sulle banche’.

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