‘Il sindaco del rione Sanità’, di Eduardo De Filippo, con regia di Mario Martone, in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 29 aprile

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Roberto Staglianò la sua nota su ‘Il sindaco del Rione Sanità’ in scena al Teatro Argentinia di Roma fino al 29 aprile. 

Il Sindaco del rione Sanità, uno dei capolavori di Edoardo De Filippo è in scena al Teatro Argentina di Roma con la regia di Mario Martone. Lo spettacolo, sold-out in poco tempo, è prodotto da Elledieffe, la compagnia che porta il nome di Luca De Filippo, diretta oggi da Carolina Rosi; il NEST Napoli Est Teatro, una realtà e uno spazio per la diffusione del teatro e delle arti in uno dei quartieri popolari della città San Giovanni a Teduccio. L’ultimo partner, ma non meno importante, è il Teatro Stabile di Torino, riconosciuto come Teatro Nazionale dal MiBACT.

Questo allestimento offre un ritratto efficace e realistico del celebre Rione Sanità, specchio della società contemporanea. Martone dirige la messa in scena di un testo del grande autore napoletano realizzando un progetto culturale, con un risvolto finalizzato all’impegno civile e politico.  Il regista napoletano ha spiegato e dichiarato che ‘Il teatro è vivo quando si interroga sulla realtà, se parla al proprio pubblico non solo osando sul piano formale ma anche agendo in una dimensione politica’.

Il testo di Eduardo, scritto e inserito nella raccolta Cantata dei giorni dispari, è stato più volte rappresentato, dal suo debutto nel 1960 al teatro Quirino di Roma, in edizioni differenti, con registi napoletani e non. Nel tempo, ha avuto come interpreti oltre allo stesso Eduardo anche attori di fama come Turi Ferro ed Eros Pagni. Ciò che emerge dalle sue pagine è una sorta di conflitto tra bene e male con le dinamiche tra uomini della società e tra tutti loro e lo Stato.

Il protagonista, don Antonio Barrancano (Francesco Di Leva, conosciuto al grande pubblico per aver interpretato O’ Scuro, nella fiction televisiva Il clan dei camorristi) è il sindaco del rione Sanità. Racconta De Filippo che ‘era un pezzo d’uomo bruno. Teneva il quartiere in ordine. Venivano da lui a chiedere pareri su come si dovevano comporre vertenze nel Rione Sanità. E lui andava’. Lui è un uomo d’onore, un punto di riferimento nel suo rione dove amministra, regola controversie e vicende alterne, distingue le persone tra ‘gente per bene e gente carogna’. Don Antonio si avvale da anni dell’aiuto di Fabio Della Ragione (Giovanni Ludeno) un medico, chiamato spesso “professore” perché riesce ad analizzare e interpretare più freddamente di tutti il senso di fatti e azioni. Come consigliere del sindaco impedisce di portare alla luce i fatti, le sparatorie e i regolamenti di conti che avvengono nel quartiere. Concede udienze giornaliere a chi si rivolge a lui, in funzione di quella che è una regola non scritta: “chi tiene santi va in Paradiso e chi non ne tiene va da don Antonio”. Sic et simpliciter, da sempre è così.

Nel momento in cui il figlio del fornaio, Rafiluccio (Salvatore Presutto), disperato si presenta a lui con l’intenzione di uccidere il padre Arturo (Massimiliano Gallo), Don Antonio si propone come mediatore. Nel ragazzo intravede se stesso, omicida in gioventù. La quotidianità della vita nel rione della Sanità viene sconvolta dallo scontro tra il Sindaco e Arturo Santaniello, ricco commerciante ma padre arido di sentimento. Il conflitto tra i due conduce verso l’epilogo che volgerà verso la tragedia.

L’opera di De Filippo era divisa in tre atti, lo spettacolo di Mario Martone ne ha uno solo, quasi due ore di lavoro teatrale recitato in un napoletano dai tempi veloci al contrario di quello più lento che Eduardo utilizzava quando non recitava nella sua città. Lo spettatore viene però catturato e trascinato in un vortice di voci, suoni e gestualità decisamente formidabili.

Gli attori della compagnia che Martone utilizza nel suo lavoro teatrale sono tutti più giovani, ad iniziare da Don Antonio. L’ambientazione, le suggestioni, le azioni degli interpreti potranno ricordare al pubblico la serie Gomorra e forse il presagio è che, nel bene e nel male, poco sia cambiato fino ad oggi. Il risultato finale sicuramente realizza una efficace rielaborazione drammaturgica del teatro napoletano, coniugato al tempo presente. Questo spettacolo aggiorna Eduardo senza mancare di rispetto. Quando Eduardo De Filippo scrisse questo testo nel 1960, aveva in mente un uomo carismatico e anziano, con una lunga esperienza malavitosa alle spalle, il quale sceglieva un onorato ritiro, logorato più dei conflitti degli altri che del proprio potere. Abbassare l’età di Don Antonio è una felice intuizione di Martone, ciò permette di mettere in rilievo il fallimento di un sistema di reciproci favori che unisce lo Stato corrotto alla camorra. Se nel 1960 c’era una sorta di diffusa clemenza o comprensione verso quella miseria che generava criminalità, oggi ogni forma di benevolenza, di ambiguità è vietata perché andrebbe a vantaggio del male e a danno del bene.

Martone realizza uno spettacolo originale e affascinante, il tocco personale della sua regia regala nuova vita a quello che è un classico del teatro, con una visione d’insieme coerente Gli attori sono perfetti nella loro parte, compreso il rapper Ralph P. con felpa e cappuccio in testa e il suo repertorio di rime che riassumono i significati dello spettacolo. Le scene, le luci e i costumi riproducono il cattivo gusto della nuova criminalità. In una casa dove viene accostato ogni trionfo dell’esagerazione: dall’oro al plexiglass, dalle luci fredde alle lampade calde. Dove vanno e vengono individui palestrati, donne in fuseaux, gente di casa e gente disperata e dove un tavolo può essere attrezzato come lettino su cui opera segretamente il dottore.

I classici sono quei testi che riescono ad emozionare riuscendo ad essere contemporanei oltre lo scorrere del tempo. Le spirali emotive che uniscono insieme i personaggi sono predominanti rispetto alla trama e alle storie contenute nelle pagine dei copioni. Proprio perché è nel cuore di ogni persona il confine tra bene e male, Il Sindaco del rione Sanità non va soltanto visto, ma anche vissuto.

Roberto Staglianò

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