“IL PRESIDENTE”. Ovvero… Caro Popolo, ti scrivo questa mia.

Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l’appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna.” Leonardo Sciascia spiazza i lettori con questa frase nel celebre “Il giorno della civetta”, e ci invita oggi più che mai a riflettere sul significato che diamo alla parola democrazia e sulla responsabilità di ogni cittadino, in quanto elettore e partecipe della vita pubblica, per la direzione che il potere prende pur restando, esteriormente, nel contesto democratico.

Uno spigliatissimo e accattivante Filippo Nigro interpreta il testo scritto nel 2012 da Davide Carnevali, autore teatrale italiano contemporaneo, premiato e riconosciuto anche all’estero, impegnato su temi sociali e politici che affronta con ironia, insinuando nei pubblici provocatori interrogativi e spunti di riflessione. Settanta minuti di monologo da padrone della scena. La collaborazione di Carnevali con Filippo Nigro e Fabrizio Arcuri per il nuovo allestimento della piece di cui curano la regia, ha dato vita ad un riadattamento efficace e odierno di “Confessione di un ex presidente”, perfetto per il dibattito attuale su come personalmente viviamo la politica e interpretiamo il comportamento di chi ci governa.

Filippo Nigro entra in scena da vero politico di oggi, con un uomo di scorta e non risparmiando sorrisi e ammiccamenti al pubblico, che in realtà è un uditorio, perché lo spettacolo ci trasporta in una sorta di conferenza stampa dove un ex presidente che ha ormai terminato il suo incarico, riflette ad alta voce con i convenuti sulla sua esperienza, le sue scelte di governo e le loro conseguenze. Il suo ingresso è “di pancia”, come d’uso adesso che la politica è quantomai affabulazione. E proprio con una breve favola inizia il suo discorso, perché, ci spiega, è sempre meglio iniziare con le parole di un altro, catturare l’attenzione con qualcosa che sia facile da comprendere e da lì agganciarsi ai concetti da proporre. Sulla scena solo un leggio e luci accese che riflettono l’ombra gigante del Presidente sui neri pannelli laterali del palcoscenico.

A questo punto parte un gioco sulle parole e il loro significato, su come le usiamo e le intendiamo senza più porci domande o farci sorgere dubbi sulla sostanza di quanto ascoltiamo e diciamo. Perché i politici parlano al Popolo e non alla Popolazione? Perchè quest’ultima raggruppa singoli individui pensanti, mentre il Popolo è un blocco unico, con un unico cervello… più semplice da indirizzare, manipolare. E da qui e definirsi Uomo del Popolo il passo è breve, la semplicità spiazzante che beviamo a grandi sorsi… un Uomo del Popolo può essere anche ricco, e perché no, ma il Ricco esiste perché esistono i Poveri, perciò signori miei, non prendetevela col Presidente se promette ricchezza per tutti ma non la potrà mai realizzare!

E così via di parola in parola, cominciamo a chiederci se non sia diventato troppo facile prenderci all’amo, ma così ha fatto il Presidente, eletto e poi rieletto, democraticamente, campione di promesse, cioè campione di parole. Molto arguto il ragionamento sulla scontata non corrispondenza tra il nome e la persona che lo porta, anche ripetendo un nome non possediamo l’identità sottesa, non sappiamo chi realmente sia. Ormai viviamo d’apparenza: nome, immagine, sono spesso simbolici ma concretamente possono appartenere a tutt’altra persona da quella che pensiamo e illuderci di aver capito, nell’accezione latina, ossia di essercene impossessati, mentre in realtà ci sfugge e ci sfuggirà. Così poi il testo recitato da Nigro scinderà il Presidente e le sue responsabilità dall’uomo in cerca di assoluzione personale.

Il personaggio del Presidente è la summa di politici che abbiamo conosciuto, con una strizzatina d’occhio ad uno in particolare, ma non c’è solo lui in questa figura. L’interpretazione di Nigro è un crescendo: via via sempre più calato nel ruolo, ci prende gusto a giocare sulle ingenuità del Popolo elettore e lo trasmette al pubblico, che più volte viene direttamente chiamato in causa e partecipa divertendosi. La risposta degli spettatori a fine spettacolo è calorosa, la performance è stata molto apprezzata.

Sicuramente Il testo invita a riflettere sul potere, sulla complessità del ruolo di un leader e su tutte le implicazioni morali nelle scelte di chi governa. Il Presidente sapeva che avrebbe portato il Paese nella m… ma personalmente non ha mai creduto in certe cose, tant’è. Erano funzionali e funzionavano nell’immaginario collettivo.

Il Popolo è stato vigile? O bue? L’arguzia del Presidente è stata quella di circondarsi di mediocri brillanti, capaci di produrre fuffa ma nel modo giusto, preservando l’immagine grazie alla simpatia e al modo brillante di porsi. Se la favola narrata in realtà non è mai stata scritta, se non siamo andati sotto la superficie delle parole che il Presidente ha usato per raccontare la sua storia,  di chi è la colpa? Quello che ci resta è un chiaro avvertimento: la democrazia contiene in sé semi che possono dare frutti diversi. Tocca a noi restare vigili, ascoltare gli scricchiolii, notare le crepe e intervenire in tempo con la nostra partecipazione attiva, ad esempio da elettori, quando vediamo crescere piante malevole che incrinano la facciata della democrazia. Non possiamo prendercela certo col Presidente se non ha svegliato il Popolo, lui resta il Presidente e il Popolo siamo noi.

Teatro India – 29/30/31 maggio 2026

Isa Maiullari

Circa Barbara Lalle

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