TOPSHOT - Pope Francis (R), accompanied by the Chaldean Catholic Archbishop of Mosul Najib Michaeel Moussa (3rd-R), looks on at a square near the ruins of the Syriac Catholic Church of the Immaculate Conception (al-Tahira-l-Kubra), in the old city of Iraq's northern Mosul on March 7, 2021. - Pope Francis, on his historic Iraq tour, visits today Christian communities that endured the brutality of the Islamic State group until the jihadists' "caliphate" was defeated three years ago (Photo by Vincenzo PINTO / AFP)

Il Papa lascia l’Iraq, in volo per Roma

Il Papa lascia l’Iraq. A breve il volo papale decollerà per Roma, l’arrivo è previsto intorno alle 13 a Roma Ciampino.

Le ferite della guerra sono cumuli di pietre, muri sbrecciati, strade ancora sconnesse.

Francesco arriva a Mosul, la città al nord dell’Iraq che è stata fino al 2017 roccaforte dell’Isis, per pregare per le vittime della guerra. Dietro di lui la chiesa siriaca venuta giù sotto le bombe. Per le strade uno spiegamento di militari per proteggere il Papa, con la preoccupazione che qualche cellula dormiente possa rovinare questo momento storico per l’Iraq. Poi l’esplosione della gioia a Qaraqosh, la città della Piana di Ninive dove c’era la più grande comunità cristiana del Paese. Francesco entra in una cattedrale tirata a lucido, abbellita da fiori bianchi e baciata anche dal sole. Tre anni fa l’Immacolata Concezione era un poligono di tiro e dentro i jihadisti nascondevano pure i loro prigionieri. E’ la giornata della ‘carezza’, della speranza, della vicinanza ai cristiani che, insieme alle altre minoranze, soprattutto gli yazidi, hanno subito sotto le minacce del Califfato una delle persecuzioni più efferate degli ultimi anni. La strada che da Erbil porta il Papa a Qaraqosh è una lingua d’asfalto, piena di check-point, campi profughi, cimiteri. Ottanta chilometri che furono attraversati da circa 120mila cristiani, la maggior parte dei quali in una sola notte, tra il 6 e il 7 agosto 2014, quando l’Isis aveva piantato nei villaggi cristiani le bandiere nere e aveva segnato le porte con la ‘N’ di nazareno, seguace di Cristo. Ad aprire le porte in quei giorni furono i curdi di Erbil.

Secondo i dati della fondazione pontificia Aiuto Alla Chiesa che Soffre, una delle realtà più attive nel sostegno del rientro dei cristiani nell’area, ad oggi sono tornate poco meno della metà delle famiglie. E Papa Francesco ha parlato dell’esodo come di “un danno incalcolabile non solo per le persone e le comunità interessate, ma per la stessa società che si lasciano alle spalle”. Ascolta commosso le testimonianze di chi è sopravvissuto, ed è tornato dopo anni di campo profughi ma lancia anche un messaggio di speranza perché “il terrorismo non ha l’ultima parola”. “Con grande tristezza, ci guardiamo attorno e vediamo altri segni, i segni del potere distruttivo della violenza, dell’odio e della guerra. Quante cose sono state distrutte! E quanto dev’essere ricostruito! Questo nostro incontro – ha detto Papa Francesco a Qaraqosh – dimostra che il terrorismo e la morte non hanno mai l’ultima parola. L’ultima parola appartiene a Dio”. Chiede con il cuore in mano ai cristiani di “perdonare” perché questa è l’unica via indicata da Dio. Poi plaude alle esperienze di convivenza, di aiuti, di reciproco rispetto.

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