Il mito gotico diventa gioco scenico irresistibile

Ieri è andato in scena Dracula – A Comedy of Terrors fino al 6 gennaio allo Spazio Diamante, e la serata ha avuto il sapore inatteso di quelle esperienze che trasformano un classico in qualcos’altro: un gioco, un rito collettivo, un’ironia che scardina le certezze. In questa nuova versione italiana, basata sul testo di Gordon Greenberg e Steve Rosen e tradotta con agilità da Enrico Luttmann, il vampiro di Bram Stoker si allontana dal gotico che conosciamo e approda in un territorio farsesco, quasi surreale, dove la comicità diventa linguaggio portante e il ritmo non lascia spazio né alle esitazioni né ai respiri lenti del dramma originario. È come se la tradizione letteraria incontrasse il teatro d’invenzione contemporaneo: da un lato il mito, dall’altro la riscrittura, e in mezzo una platea che continuava a sorridere e ridere, rapita dalla leggerezza della messinscena.

La regia di Leonardo Buttaroni mostra una sicurezza evidente, quasi spavalda: guida i cinque interpreti verso un’interpretazione che non imita nulla e non copia nessuno, ma crea un mondo proprio, fatto di cambi fulminei, travestimenti, accenti caricati, tic, ammiccamenti e improvvise apparizioni sceniche. Il riferimento a Monty Python e Mel Brooks nelle note di regia non è semplice dichiarazione di poetica, ma un segnale fedelmente raccolto dagli attori e rilanciato al pubblico con entusiasmo teatrale. La sensazione è quella di trovarsi davanti a una macchina comica che prende un romanzo pieno di oscurità e lo ribalta come un guanto, mostrando il rovescio irresistibilmente ridicolo del terrore.

Anche la trama subisce una metamorfosi intelligente: la storia di Lucy, del suo fidanzato e dell’enigmatica malattia del sangue non si limita a sostenere l’intreccio, ma diventa il motore per una sequenza di gag fisiche e verbali, dove ogni personaggio — dal dottore al vampiro, dalla giovane fanciulla ai servi — vive di caratterizzazioni vivide, immediate, senza mai scadere nella macchietta. Il mito di Dracula viene attraversato da un’ironia pungente che gioca a distruggere la paura senza mai deriderla, trasformandola invece in possibilità comica, un terreno fertile dove l’assurdo e l’atmosfera gotica dialogano con equilibrio sorprendente. Il tutto è sostenuto da scene di Paolo Carbone, essenziali e funzionali, capaci di aprire lo spazio con la stessa rapidità con cui gli attori mutano pelle; dai costumi di Francesca Burattini che ricamano differenze di ruolo e tempo; dalle musiche originali di Samuel Desideri che sfiorano il grottesco con la stessa cura con cui richiamano il mistero.

Gli attori — Alessandro Di Somma, Ermenegildo Marciante, Diego Migeni, Yaser Mohamed e Marco Zordan — sembrano armati di un’unica lingua comune fatta di ritmo e fiducia reciproca: scivolano nel vortice dei personaggi, si rincorrono e si raddoppiano senza mai mostrare fatica, come se la moltiplicazione dei ruoli fosse per loro un ossigeno naturale. La platea riconosce il talento di ogni singolo interprete ma percepisce soprattutto la forza dell’insieme, il gruppo prima dell’individuo, e la chimica che si sprigiona da questo equilibrio è probabilmente il cuore pulsante dello spettacolo. Anche per questo, ogni risata del pubblico sembra avere un peso narrativo preciso, come se la comicità fosse parte integrante del testo e non solo reazione emotiva.

Dracula diventa dunque una celebrazione della teatralità pura: un luogo dove il mito si scioglie nel gioco, dove il passato incontra il presente e dove la tradizione internazionale trova una splendida ospitalità italiana grazie alla produzione Viola Produzioni e alla collaborazione con Cattive Compagnie. Il risultato è una commedia intelligente e scatenata, accessibile anche a chi non conosce il romanzo originale e sorprendentemente raffinata anche per chi invece lo conosce fin troppo bene. L’impressione finale è quella di una risata condivisa, quasi necessaria, che afferma senza arroganza la capacità del teatro di reinventare ciò che sembrava intoccabile.

Grazie alla compagnia, alla produzione, alla regia, ai tecnici, agli autori, ai creativi e al pubblico presente: perché anche stasera il teatro ha dimostrato che esiste solo se qualcuno lo fa vivere, e qualcuno lo guarda vivere.

Barbara Visca

Circa Barbara Lalle

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