Il governo Conte rischia di cadere sulla manovra economica

Che la maggioranza sia appesa a un filo, lo si è visto durante il voto alla Camera sul decreto sicurezza bis, con 17 grillini non pervenuti e anche il presidente della Camera, Roberto Fico, che ha lasciato l’Aula. E così nonostante l’incontro di un’ora a Palazzo Chigi tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, la sfida tra gli alleati di governo resta. Sulle tasse e non solo.

«Questo è il vero vertice di governo sulla manovra», dicono fonti M5s dell’incontro con le parti sociali convocato da Conte con Di Maio e Tria dopo quello del 15 luglio promosso da Salvini al Viminale. E non è un buon segnale per la tenuta dell’esecutivo visto che a sera Matteo Salvini durante il comizio della sera del 25 luglio è chiarissimo: «Se il ministro dell’Economia pensa di fare una manovra economica da robetta, non sarà il nostro ministro dell’Economia», aggiungendo che è «il momento di abbassare le tasse». Altrimenti «un parere – ha detto al pubblico – lo chiederemo a voi».

Il premier ha annunciato per settembre una ‘proposta concreta’ di riforma fiscale con un taglio che ‘premi lavoro e pensioni’. Condivisione sulla progressività della tassazione. «Vorrei ancora capire qual è l’idea di manovra economica per il Paese», aveva attaccato Salvini: «Serve un forte taglio di tasse» e 4 miliardi sono pochi. Per il M5s, invece, fa sapere Di Maio, «bastano, la Lega faccia le sue proposte». E ha ribadito più volte il concetto: «O riusciamo a tagliare le tasse per tanti e investire tanti soldi, o se qualcuno non ha questa intenzione basta che ce lo dica chiaramente e chiediamo il parere agli italiani», ha spiegato Salvini ai giornalisti invocando lo spettro delle elezioni anticipate. «Mi rifiuto – ha aggiunto – di pensare ad una manovra economica piccolina, modestina, per non irritare qualcuno a Bruxelles».

Salvini e Maio dunque riannodano i fili di un dialogo ma non accorciano le distanze: sulla manovra sono già botte da orbi. Ma è con il premier che la tensione è ai massimi livelli. È la scena a raccontarlo. Mentre i due vicepremier sono riuniti nella sede della presidenza, il presidente del Consiglio esce a piedi per andare a pranzo in un ristorante di sushi con il suo staff. «Dobbiamo lavorare, non chiacchierare», dice lapidario. Le incognite che gravano sul governo sono ancora molte. Tanto che un dirigente pentastellato ammette: «Al di là dei singoli temi non so se sia recuperabile il rapporto con la Lega».

Conte avrebbe chiarito con Di Maio la vicenda dell’uscita dall’Aula dei senatori M5s mercoledì, mentre lui parlava. Ma tra i Cinque stelle l’insofferenza monta e le fibrillazioni non si arrestano dopo il via libera alla Tav: il timore è che il gruppo possa non reggere nel voto al Senato sul decreto sicurezza bis, con una fronda di dissidenti che con il loro No aprirebbero la crisi di governo. Già alla Camera in 17 non votano e Roberto Fico esce dall’Aula.

«Non mi sono piaciute le dichiarazioni del ministro dell’Economia Tria sul rispetto dei ‘diktat europei», ha rincarato Salvini dalla festa della Lega Lombarda a Golasecca, in provincia di Varese. La temperatura è rovente però soprattutto tra Conte e il vicepremier leghista. Conte viene descritto parecchio irritato per essere stato accusato di un tentativo di ribaltone. Il vertice coi sindacati ha depotenziato la flat tax con la proposta di un taglio al cuneo fiscale da 4 miliardi e sbandierato il principio di “progressività” come irrinunciabile. «Quattro miliardi sono pochi, serve coraggio», ribatte la Lega, mentre Salvini chiede di sfidare l’Ue e dice di non avere ancora “capito” qual è l’idea di manovra.

È quello il prossimo fronte, mentre tanti altri restano ancora aperti. Sull’autonomia la prossima settimana si affronterà la questione fiscale ma intanto, dopo un incontro di Conte con Stefani e Bonisoli, non si sciolgono neanche i nodi sui beni archeologici. La Lega è in pressing anche sulla Gronda. E sarebbe ancora lontana la soluzione del rebus commissario Ue. Resta sul tavolo l’ipotesi rimpasto. I leghisti spiegano che la durata del governo si misurerà sulle cose concrete: non servono faccia a faccia, ma – è la linea – risposte. E serve un premier, chiosa un deputato, che torni al suo ruolo di arbitro.

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