La vicenda giudiziaria di Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, ex ministro, primo ministro della Repubblica italiana a finire in carcere, è emblematica di come il processo mediatico preceda, accompagni e sopravanzi quello giudiziario.
Accusato inizialmente di associazione mafiosa nell’ambito di “Mafia Capitale”, Alemanno viene progressivamente scagionato dalle accuse più gravi. La Cassazione lo assolve dalla corruzione “per non aver commesso il fatto”. Ciò che resta, al termine di un iter processuale durato oltre dieci anni, è una condanna a 1 anno e 10 mesi per traffico di influenze illecite: in sostanza, aver telefonato al vertice di una società partecipata del Comune di Roma per sollecitare il pagamento di un debito legittimo vantato da una cooperativa. Un debito che quella cooperativa non incassò mai integralmente, ricevette 400mila euro su 6 milioni dovuti.
Il presunto corruttore, Salvatore Buzzi, ha dichiarato in giudizio di aver finanziato sistematicamente la politica romana in modo trasversale: “Da Rutelli in poi ho contribuito a tutte le campagne elettorali, ho finanziato tutti, solo al PD ho dato 380mila euro.” Una prassi diffusa e indiscriminata, che rende ancora più fragile la tesi di uno scambio corruttivo mirato ed esclusivo con Alemanno.
Il nesso tra quella telefonata e i 25.000 euro versati da Buzzi per una cena elettorale, elemento costitutivo imprescindibile del reato di traffico di influenze, non è mai stato provato direttamente, ma solo inferito dalla sequenza temporale dei contatti. I funzionari che avrebbero materialmente commesso il “peculato per distrazione” identificato come reato-fine non sono mai stati né accusati né condannati. La Cassazione stessa lo aveva riconosciuto: nessuna ipotesi di corruzione era stata prospettata nei confronti dei soggetti verso cui era stata esercitata la mediazione.
Eppure Alemanno è in carcere a Rebibbia dal 31 dicembre 2024 e si sta ora battendo per ottenere la piccola riduzione di pena che spetta a chi è mantenuto in carcere in condizioni inumane, quella che al detenuto generico viene concessa tranquillamente, ma che il detenuto mediatico deve conquistare a colpi di ricorsi, perché su di lui l’amministrazione penitenziaria esercita un controllo più rigido, più esposto, più attento alle conseguenze mediatiche di qualsiasi concessione.
In carcere, però, Alemanno ha fatto quello che sa fare: politica. Ha coinvolto e appassionato i compagni di cella, li ha trascinati nelle battaglie per i diritti dei detenuti, ha dato voce a chi voce non ha. Loro lo hanno ricambiato con una festa e con una lettera che Alemanno riporta nel suo “Diario di Cella n. 61”:
“Caro Gianni,
vogliamo farti un augurio speciale affinché tu, appena libero, possa riabbracciare i tuoi cari e dedicarti a quello che sai fare meglio, cioè la politica. Hai dimostrato in questa valle di lacrime che i diritti umani non hanno colore politico e sono al di sopra di tutto.
Noi che non vedevamo di buon occhio la politica, grazie a te ci siamo potuti appassionare alla materia, lo abbiamo fatto perché eri come noi, ma in più avevi quella “cazzimma” per far conoscere il carcere e le persone che lo abitano. Ci hai fatto capire che la politica è lo studio di fatti e di idee e in questa tua detenzione di fatti e di idee ne hai potuto studiare tanti, per poi trasformarli in battaglie civili.
La tua forza è stata l’onestà, la coerenza, la dignità, il prestigio, la coscienza del valore sociale e morale: tutte queste virtù noi le abbiamo potute vedere all’opera nelle battaglie che abbiamo fatto insieme.
Hai pagato e stai pagando a caro prezzo queste prese di posizioni, dando voce a chi voce non ha, nonostante i tanti rifiuti che l’Amministrazione ha opposto alle richieste avanzate da diversi giornalisti di poter intervistare in carcere te e Fabio.
Questi rifiuti, oltre a sollevare non poche proteste tra chi s’interroga sul confine tra il diritto all’informazione e la tutela della sicurezza all’interno delle carceri italiane, ci hanno fatto capire che il carcere ha qualcosa da nascondere, forse perché illegale.
Noi siamo stati dalla parte di chi faceva uscire fuori quelle notizie scomode, le morti, i suicidi, le richieste di Grazia, questo ha battuto tutto e tutti, a cominciare dalla resistenza dell’Amministrazione penitenziaria che ha preferito mantenere una linea rigida di chiusura in ogni evento e in ogni contatto giornalistico.
Tu, Gianni, hai capito bene cosa vuol dire avere una visibilità mediatica elevata: il carcere per queste persone è un carcere nel carcere, che può rappresentare una pena aggiuntiva e illegale e tu ti sei battuto per le persone che hanno lo stigma di essere “mediatici”.
Ti fa onore non aver chiesto la Grazia per te, preferendo dare spazio alla richiesta per altre persone anziane e malate, questo gesto per noi è stata la vera Grazia.
Caro Gianni, hai fatto conoscere la realtà delle carceri, che sono troppo spesso luoghi lontani dalla trasparenza e dalla consapevolezza collettiva.
Questa tua “collocazione provvisoria” in questo luogo di sofferenza legale ha fatto uscire fuori le condizioni drammatiche e disumane delle carceri italiane, rendendo evidenti sovraffollamento, carenze sanitarie, mancanza di tutela per i diritti fondamentali delle persone detenute.
Le lettere e le denunce hanno avuto eco mediatico e hanno portato ad alcune aperture istituzionali, adesso siamo sicuri che le sfide proseguiranno fuori, con una mobilitazione trasversale per far entrare con urgenza nell’agenda parlamentare un atto di clemenza per ridurre il sovraffollamento e una riforma reale del sistema penitenziario italiano, chiedendo umanità, giustizia, dignità e legalità all’interno delle carceri italiane.
A rivederci fuori.
I tuoi Compagni Di Viaggio Detenuti”.
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