Il decreto dignità funziona: lo dice Di Maio, ecco perché

Varato 4 mesi fa, non senza polemiche e tra numerosi flame accesi su Facebook e Twitter, il cosiddetto “decreto dignità” voluto da Luigi Di Maio sembra stia dando le prime soddisfazioni al ministro e vicepremier. Insomma, funziona. O almeno è così che Di Maio interpreta gli ultimi dati dell’Osservatorio sul lavoro, quelli sulle comunicazioni obbligatorie del terzo trimestre 2018, che, dice lo stesso ministro, “evidenziano un aumento del tasso di trasformazione dei contratti a tempo determinato in indeterminato. Sono 56,4 mila i contratti in più rispetto allo stesso periodo del 2017, trasformati da tempo determinato a tempo indeterminato”.

“Sono questi i primi effetti reali del decreto dignità”,  commenta soddisfatto Di Maio, e rimarca: “Rispondiamo con i numeri reali delmercato del lavoro alle
ipotesi ed agli studi catastrofistici”.

In effetti, si legge nelle carte dell’Osservatorio, nel terzo trimestre del 2018 si registrano 2 milioni e 822mila attivazioni di contratti di lavoro, al netto delle trasformazioni a tempo indeterminato (da tempo determinato e da apprendistato), e dunque in aumento di circa 42mila attivazioni (pari a +1,5%) rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente.  Le sole trasformazioni in contratti a tempo indeterminato registrano una crescita – come accennato – del 48,6%, pari a +56.400 e derivano principalmente da quelli a tempo determinato e, in misura minore, dall’apprendistato,  con aumenti

Di tutt’altro avviso la capogruppo dei senatori di Forza Italia, Anna Maria Bernini: “Con il decreto dignità, Di Maio ha trasformato il suo ministero in un cimitero del lavoro“, ha affermato, citando dati resi noti da Federmeccanica: “Saranno 53mila i precari che dal primo gennaio 2019 rischiano di restare a casa, in applicazione del provvedimento che ha ridotto da 36 a 24 mesi il limite massimo per i contratti a tempo determinato. Le imprese dell’industria metalmeccanica hanno già calcolato che il 30% dei contratti non saranno rinnovati, mentre per un altro 33% c’è ancora incertezza. Di conseguenza, solo un terzo dei lavoratori potrà sperare in un’assunzione a tempo indeterminato. Cifre di gran lunga inferiori a quelle previste dal governo, peggiori addirittura dei dati allarmanti forniti dall’Inps durante la discussione parlamentare del decreto dignità”.

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