La storia di Enzo Tortora è tra le pagine più assurde e dolorose della giustizia italiana: uno dei volti più noti della TV arrestato con l’accusa di essere un camorrista ad honorem. Un’accusa basata su dichiarazioni di pentiti soprannominati “o pazzo” e “o animale”, su elastici delle mutande rotti, centrini all’uncinetto scambiati per cocaina e mitomani in cerca di notorietà. Una rete di menzogne in cui Tortora rimane impigliato per anni di processi, errori e omissioni, fino alla condanna e poi a una lenta, faticosa risalita verso l’assoluzione piena. Ma questa non è solo una vicenda giudiziaria. È anche la storia di un giornalista e di un uomo di spettacolo, delle persone che lo amano, della compagna Francesca che vive con lui ai domiciliari, degli avvocati che lo difendono, di giudici che ribaltano un’intera inchiesta. È la storia di un partito, quello Radicale, che candida Tortora alle elezioni europee
Il racconto della compagna Francesca Scopelliti e del magistrato Tullio Morello.
Francesca Scopelliti, compagna di Enzo Tortora, non resta in silenzio di fronte alle parole del procuratore Nino Di Matteo, che per sostenere le tesi del no al referendum ha addirittura accomunato il caso Tortora a Garlasco sostenendo che «bombardare» su questi esempi «significa delegittimare la magistratura» cosa che interessa a «massoni e mafiosi». E in una intervista al Corriere della Sera lo dice a chiare lettere: «Giù le mani da Tortora. Non capisco l’accostamento con Garlasco. Nel caso di Enzo la magistratura si è delegittimata da sola. La sua storia rappresenta il Sì, proprio perché giudici terzi e imparziali non avrebbero permesso né di mandarlo in galera, né tanto meno di condannarlo. Invece c’è persino chi prova a usarlo come testimonial del No, dicendo che in secondo grado la magistratura ha riparato l’errore».
Per la Scopelliti «l’errore giudiziario non è “riparabile”. L’assoluzione non risana le vite rovinate. Quell’errore lo ha ucciso» e «fu lui a dirlo: all’arresto, fu come se gli fosse esplosa dentro una bomba al cobalto. Riuscì a rientrare in Rai e combattere per la legge sulla responsabilità civile dei magistrati. Poi la malattia ebbe il sopravvento
Caso Tortora: un crimine giudiziario
Il caso Tortora secondo lei è stato un «Crimine giudiziario. Furono cercati i pentiti in carcere disposti a sostenere l’accusa, ne trovarono altri 16. Il giudice Luigi Sansone disse che erano concordanti quindi con valore probatorio e lo condannò a 10 anni. Ma proprio i pentiti furono la base dell’assoluzione» perché «Il giudice d’appello, Michele Morello, andò a verificare le dichiarazioni. E si accorse che erano ripetitive e senza elementi di novità. Addirittura, indagando, scoprì che nel periodo in cui uno di loro sosteneva di aver dato chili e chili di droga a Enzo era in carcere e smantellò l’accusa. Ecco perché bisogna rompere il vincolo delle correnti» perché nel caso del conduttore, secondo Scopelliti «Le correnti avevano stabilito che il giudice di primo grado, Sansone, dovesse assecondare l’accusa della Procura. Tanto è vero che giudici e magistrati di primo grado hanno fatto una splendida carriera. Mentre Morello no. Anzi fu denunciato alla commissione disciplinare». E a Gratteri risponde «La sua storia è la dimostrazione che le correnti fanno un danno alla magistratura. Infatti fu proprio lui a suggerire il sorteggio».
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