Il corpo comico di Molière attraversa il tempo e conquista il pubblico romano

Sala Umberto piena in ogni ordine di posti, platea e galleria comprese, per Il malato immaginario di Molière, in scena a Roma fino al 1° febbraio. Un successo di pubblico che accompagna uno spettacolo capace di dialogare con il presente senza tradire la struttura originaria del testo, dimostrando quanto la scrittura molièriana sappia ancora essere incisiva, feroce e sorprendentemente attuale.

L’apertura è affidata a una scena corale di forte impatto visivo. Tutti gli attori in guepierre inscenano un ballo che sembra suggerire una dimensione rituale, quasi astratta. Per un momento si ha l’impressione che la regia voglia alludere a una comunità altra, forse a una simbologia legata all’Eros o a una sensibilità contemporanea, ma la messinscena non insiste su questo piano. Resta, piuttosto, la qualità di un inizio elegante, capace di catturare l’attenzione e predisporre lo spettatore a un ascolto attivo.

Il passaggio alla scena successiva, con il protagonista immerso nella vasca da bagno, segna un cambio netto di atmosfera. Qui emerge con chiarezza la ferocia con cui Molière tratteggia il suo Argante, restituendo una satira della medicina che non perde mordente. L’adattamento e la traduzione di Angela Dematté scelgono una strada equilibrata, evitando sia l’eccesso di attualizzazione sia una reverenza museale, e rendendo il testo fluido, comprensibile e sorprendentemente leggero.

La regia di Andrea Chiodi costruisce uno spazio scenico essenziale ma significativo, affidando molto al lavoro degli attori, tutti capaci di riempire la scena con precisione e ritmo. La scelta dei costumi contribuisce a creare un interessante gioco temporale: mentre la maggior parte del cast indossa abiti moderni, i due protagonisti, interpretati da Tindaro Granata e Lucia Lavia, vestono costumi che evocano una foggia storica, senza mai diventare una ricostruzione filologica. Ne nasce un continuo andirivieni tra epoche diverse, che rende la vicenda accessibile e vicina.

Al centro della scena campeggiano la vasca e la tazza, oggetti quotidiani che diventano simboli di una prigionia mentale prima ancora che fisica. Le musiche originali di Daniele D’Angelo sono orecchiabili e danno colore allo spettacolo, mentre le luci di Cesare Agoni svolgono un ruolo determinante, non solo illuminando gli attori ma suggerendo cambi di ambiente attraverso variazioni di intensità, come se il mutare della luce coincidesse con il passaggio da una stanza all’altra.

Ne risulta uno spettacolo compatto e ben calibrato, che diverte senza superficialità e trova nella calorosa risposta del pubblico della Sala Umberto una conferma evidente.

Cristiana Paoletti

Circa Barbara Lalle

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