Il concerto degli Harlem Gospel Choir al Teatro Bolivar di Napoli, il 23 dicembre, è stato molto più di un semplice evento musicale: una celebrazione condivisa capace di unire spiritualità, energia e partecipazione collettiva, nel segno della grande tradizione gospel afroamericana.
Lo spettacolo inizia alle 21.20, introdotto da una lunga apertura di tastiera che prepara il pubblico a un ascolto attento e raccolto. I coristi entrano in scena uno alla volta, con un andamento quasi rituale, aperto da un suggestivo richiamo vocale di gola di ispirazione indiana, che cattura immediatamente l’attenzione della sala. Dopo i saluti iniziali, la formazione si presenta al completo: sette voci femminili e due maschili, accompagnate da un tastierista. L’impatto visivo è elegante e sobrio: abiti neri, stole triangolari per le donne, gilet per gli uomini. Il concerto prende slancio con “Stop! In the Name of Love”, riletta in chiave gospel-soul. Il pubblico napoletano risponde subito con calore: durante “Ain’t No Mountain High Enough” l’applauso diventa ritmico e incalzante, mentre le voci vocalizzano con grande libertà e precisione, muovendosi con sicurezza tra armonie e improvvisazioni. Il coinvolgimento cresce quando il coro invita il teatro a dividersi in due metà, mettendole apertamente in competizione: chi riesce a fare più rumore, a mostrare maggiore giubilo e felicità. Napoli si lascia coinvolgere senza riserve. Tra i momenti più raffinati della prima parte spicca “Superstition”, proposta in una versione cantata in Do, quasi sussurrata, lontana dall’energia funk dell’originale e costruita su un sottile gioco di dinamiche vocali. Segue “Baby Love”, interpretata con voci alte e frequenti falsetti, che mette in luce l’estensione e la duttilità delle interpreti. Prima della pausa arriva “What’s Going On” di Marvin Gaye, intensa e rispettosa, seguita da una pausa di circa 15minuti.
La seconda parte si apre con uno dei momenti più emozionanti della serata: “Amazing Grace”, caratterizzata da acuti di grande intensità, affidata inizialmente a una sola voce solista, limpida e controllata, cui si unisce progressivamente l’intero coro in un crescendo che attraversa la sala. Segue “Higher Ground”, ancora un omaggio a Stevie Wonder, che ribadisce il legame profondo tra gospel, soul e musica afroamericana. Da qui in avanti il concerto assume una chiara connotazione natalizia. “O Come All Ye Faithful” (Adeste Fideles) è affidata a una voce maschile solista, solenne e potente. Il clima cambia con “Jingle Bell Rock”, classico natalizio eseguito con ritmo e leggerezza, accompagnato da luci rosse e gialle e guidato da una voce contralto. Immancabile “We Wish You a Merry Christmas”, arricchita da un accenno al “Buon Natale” in italiano, accolto da sorrisi e applausi.Con “Oh Happy Day” il Teatro Bolivar viene incendiato: tutti in piedi, il pubblico balla e canta. Su “Celebrate” molti spettatori vengono invitati a salire sul palco, trasformando il concerto in una vera festa collettiva, mentre “Can You Feel It” diventa l’occasione per la presentazione delle singole voci, accolte una ad una da applausi calorosi.

L’encore finale, “Someday We’ll Be Together”, chiude una serata carica di emozione: il coro scende dal palco, attraversa il corridoio centrale, stringe mani e sorride a un pubblico festante, accompagnato da una lunga ovazione.
Al Teatro Bolivar, l’Harlem Gospel Choir non ha portato solo musica, ma un’esperienza condivisa, capace di unire palco e platea in un’unica, contagiosa energia.
https://www.harlemgospelchoir.com/events/new-york-ny-twelve-days-of-christmas-3/
https://www.harlemgospelchoir.com/
https://www.instagram.com/harlemgospelchoir/
ProgettoItaliaNews Piccoli dettagli, grandi notizie.


