Haber, un testamento al futuro: la vita rivangata e la speranza incarnata nella figlia

Alessandro Haber torna in scena con Volevo essere Marlon Brando, alla Sala Umberto di Roma fino al 23 novembre, e lo fa iniziando con un gesto di delicatezza e ironia che è già una dichiarazione di poetica: lo spettacolo si apre infatti con il Dadaumpa, un omaggio affettuoso alle mitiche sorelle Kessler, scomparse da poco, quasi a voler ricordare che la memoria dello spettacolo italiano è fatta di icone popolari, sorrisi, leggerezza, ritmo, e che persino il viaggio più intimo può cominciare con un passo di danza. È da questo preludio, tenero e sorprendente, che Haber inizia a scavare nella propria vita e nella propria carriera, trasformando il palco in una seduta di psicoanalisi completamente ribaltata: lui parla, confessa, ricorda, mentre a pagare è lo psicologo, cioè il pubblico, una battuta che Haber stesso offre con ironia irresistibile, come a dire che la terapia non è mai stata così divertente.

Lo spettacolo procede come un unico grande flusso, perché per Haber la vita e il palcoscenico coincidono, non c’è confine tra ciò che ha vissuto e ciò che ha recitato, tra gli amori e i personaggi, tra i dolori e le risate. Rievoca tutto, o quasi tutto, a partire dalle passioni più forti, come quella per Giuliana De Sio che attraversa la sua biografia come un’onda emotiva inevitabile. È un racconto che ha il sapore di un testamento, ma non un testamento triste o rassegnato: piuttosto un lascito pieno di vitalità, di sarcasmo, di autoironia, di futuro. Haber guarda indietro, sì, ma lo fa senza scivolare nella malinconia sterile, perché il suo passato è ancora materia viva che continua a muoversi, a respirare, a trasformarsi.

Tra un ricordo e l’altro spunta anche la sua eterna battaglia con il destino dei premi, quelli che non ha vinto e forse non vincerà mai. Con la sua verve irresistibile ricorda che non ha mai preso né un Ubu né un Oscar, ma che in fondo il premio Ubu va solo agli spettacoli con cento spettatori al massimo, e quella sera in sala ce n’erano molti di più. È una riflessione comica e pungente sul valore della popolarità, del pubblico, del teatro che vive perché è amato.

E poi c’è la figura più delicata e potente: la figlia. L’unica donna che può raccogliere davvero il testimone emotivo e artistico della sua vita. Haber lo dice con una sincerità che tocca, come se la sua esistenza trovasse un senso proprio in quella continuità, in quella genia che prosegue ciò che lui non può completare. Non desidera morire sul palco, dice, ma in platea, mentre sua figlia recita. È una visione struggente e allo stesso tempo piena di speranza, un modo di eternizzarsi attraverso ciò che si ama.

Scrivendo questo articolo mi rendo conto che non sono imparziale. Io stessa sono sempre stata una sua grande appassionata sin da ragazzina, quando nell’89, appena undicenne, lo vedevo in televisione in Chiara e gli altri e già allora mi sembrava diverso, più vero, più libero degli altri. L’ho seguito per tutta la vita con quella fedeltà che si ha verso gli attori che parlano anche un po’ di noi. Certo, mi sarebbe piaciuto ascoltare tutti i racconti che questa sera ha condiviso con il pubblico seduti a un tavolo, durante una cena, anche senza musica, perché il suo modo di parlare contiene già ritmo, emozione, teatro.

Volevo essere Marlon Brando è dunque un viaggio che parte dal ricordo ma guarda al domani, un atto d’amore per la vita vissuta e per quella che ancora deve venire, uno spettacolo che non teme di far ridere e commuovere nello stesso tempo e che lascia nello spettatore una domanda più che una risposta, come un sipario che non si chiude del tutto. Haber non smette di cercare il futuro, lo lascia scorrere tra le mani, tra le parole, tra gli occhi di chi lo guarda, perché per lui il teatro è una forma di sopravvivenza e di rinascita continua. E forse proprio in quella tensione tra memoria e domani si trova la sua forza più autentica. Un uomo che rivanga la propria vita per continuare a viverla, un artista che affida al pubblico il compito di portarlo un po’ più avanti. E, in definitiva, uno dei migliori attori italiani.

Barbara Lalle

Circa Barbara Lalle

Riprova

MANDRAGOLA di Niccolò Machiavelli, il Capolavoro del teatro del Cinquecento in scena al Teatro Arcobaleno di Roma da venerdì 12 dicembre

TEATRO ARCOBALENO(Centro Stabile del Classico)  da venerdì 12 a domenica 21 dicembre 2025(venerdì e sabato ore …

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com