Grillo e Conte, incontro/scontro tra megalomania e mitomania

L’unica cosa che hanno in comune Grillo e Conte è rappresentata dalla disistima che hanno l’uno dell’altro. In pratica questo  è ampiamente visibile scendendo  un pochino sotto la linea di confine e si vede l’incontro/scontro tra un mitomane e un megalomane. Non è utile dimenticare che quando il mitomane/Conte si recava da Mattarella si equiparava a Giulio Andreotti. Mitomania pura da trattamento sanitario obbligatorio.
In linea di fantapolitica non ci meraviglieremmo se Conte facesse passare l’inginocchiamento al Pd come un nuovo compromesso storico, con Letta al posto di Berlinguer e Conte al posto di Moro. L’unica differenza politica è data dalla partecipazione al governo in una grande coalizione ai sensi, e per norma,  del cosiddetto consociativismo.
Grillo, per converso, gira in autonomia a corrente alternata animata dalla ragione ideale del promotore, del Fondatore.  Nel delirio di onnipotenza del ‘Visionario’ ha dato voce a una rabbia diffusa, ha dato passione a un sentimento di odio e antipolitica, ha inventato dal nulla un movimento che non si è molto discostato dall’origine, dal niente, dal nulla, prendendo voti, voti, e ancora voti. Cosa ha venduto, cosa ha proposto? Ha proposto l’uovo di Colombo, leggi la democrazia diretta in virtù del populismo assistenziale dove si diventa ministri, sindaci e tanto altro restando nel ‘giro’ della democrazia diretta.
Grillo rappresenta  il senso genuino del movimento, l’istinto,  il  sentimento e il risentimento originari. Preparazione e competenza politica uguale a zero. Certo c’è genialità nel comporre e lanciare il ‘Movimemto’, via di mezzo tra Achille Lauro ed Helenio Herrera. Via di mezzo tra ‘Movimiento’ e ‘scarpa sinistra’. Valeria Marini direbbe di Grillo: ‘E’ Stellare…’.
Giuseppe Conte in nome di una  finta professionalità elabora un  addirittura ‘un progetto politico’, in nome della ‘grande trasformazione’.
Dopo il grillismo plebiscitario, arriva il contismo multiuso fatto di   realismo, moderazione, capacità di coalizione, tutte espressione di ambizione personale.
Non sappiamo come andrà a finire, non lo sanno nemmeno loro, ed è prematuro azzardare pronostici.
Diciamo che nella contesa gioca a favore di Grillo il residuo carisma del Fondatore, uno straccio di identità e forse di dignità nello spirito delle origini.
A mero titolo di esempio, richiamandomi alla mancanza di competenza politica citata prima possiamo parlare del capo della diplomazia Luigi Di Maio, ormai guida turistica per gli ospiti del G20 nel Belpaese. E’ d’uopo ricordare quando Di Maio nel 2019 visitò i gilet gialli, pronti alla guerra civile,  offerndo loro la piattaforma Rousseau con Macron che richiamò l’ambasciatore per consultazioni.
Tocca oggi a Mattarella grattare via la ruggine accumulata da Di Maio visto che anche allora il Capo dello Stato fu decisivo e risolse la più grave crisi diplomatica tra Parigi e Roma, prodotta dai pentastellati, con una telefonata. Chiamò l’Eliseo e volò subito a Notre-Dame dopo il rogo della cattedrale, riaprendo il dialogo con una tappa di cortesia. Da allora, Macron considerò il suo omologo ‘l’interlocutore italiano’.
Mentre il premier Draghi cura i legami con le cancellerie europee, facendo girare il meccanismo Ue, oliando a dovere la macchina del Recovery, Mattarella continua a ripristinare il Dna della politica estera. Dal Memorandum sulla Via della Seta sono spuntate, anche grazie alla sua vigilanza, regole più severe rispetto a quelle concordate nella fase a trazione grillina. A Parigi porterà i rapporti bilaterali al salto di qualità, ricucendo con i ‘cugini’, che a lui, nel primo viaggio post-pandemia, riservano onori militari, bandiera italiana lungo il percorso fino all’Eliseo e scorta di 120 corazzieri in moto e a cavallo. Terrà pure una Lectio magistralis a La Sorbona; poi l’omaggio al Milite ignoto all’Arc de Triomphe, l’incontro la sindaca di Parigi Anne Hidalgo e il premier Jean Castex.

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