Governo fatto, prima beffa: slitta il taglio dei parlamentari. Non c’è accordo tra Pd e M5S

Il governo Conte bis incassa la fiducia anche al Senato e si prepara a guidare il Paese mettendo in pratica i punti del programma di governo promosso e difeso in Parlamento. Ma l’avvio non è proprio dei migliori visto che slitta clamorosamente il taglio dei Parlamentari, inizialmente previsto per la prima data utile alla Camera.

E invece nonostante le rassicurazioni quello giallorosso è ancora un cantiere aperto, senza una linea chiara. Il taglio dei parlamentari slitta perché manca l’accordo su come e quando intervenire con la modifica delle legge elettorale, che il Pd ha chiesto come garanzia per l’approvazione del taglio. Insomma, non è un caso che i dem abbiano sempre votato contro il provvedimento avanzato dai Cinque Stelle e spalleggiato dal Pd.

Il ritardo è clamoroso perché il leader pentastellato Luigi Di Maio era stato inamovibile, almeno davanti ai microfoni e alle telecamere: se non si vota subito il taglio dei parlamentari non si tratta. E invece le trattative sono andate avanti, il nuovo governo è nato ma ancora non si taglia. E il numero uno del MoVimento tace, probabilmente per rispondere all’appello del premier Conte che aveva chiesto una stagione politica all’insegna della collaborazione e del rispetto. Proprio nella speranza di stringere e i tempi ed evitare di dare eccessivamente nell’occhio, già nella giornata del voto di fiducia al Senato gli addetti ai lavori del Pd e del MoVimento si sarebbero dovuti incontrare per parlare della nuova legge elettorale. E sembra che la strada non sia propriamente in discesa.

‘Ad ottobre si devono tagliare definitivamente i parlamentari, servono due ore di lavoro ed è fatta’, affermava Di Maio la scorsa settimana.

Fra i 26 punti del programma di governo, il decimo era dedicato a taglio del numero di parlamentari e alla legge elettorale in senso proporzionale, non a caso nominati insieme. Le due riforme, infatti, sono parallele. Inizialmente le misure sono state nominate senza indicare soluzioni e tempi precisi.

Il voto di fiducia congiunto permetterebbe di ridurre i rischi di squilibri fra le due Camere, dove si possono riscontrare profonde differenze nel sostegno di cui gode una maggioranza. Il governo Conte bis, ad esempio, ha ampia maggioranza fra i deputati, mentre a Palazzo Madama la situazione è più precaria. Infine c’è la riduzione dei delegati regionali che eleggono, insieme al Parlamento, il Presidente della Repubblica. Ipotizzata anche la presenza dei governatori delle Regioni a Palazzo Madama.

 Il taglio del numero di parlamentari, come previsto, dovrebbe essere approvato a Novembre, magari appena concluso il Bilancio, intanto sarebbe indetto il referendum e poi ci vorrebbero altri 8 mesi circa per l’approvazione della legge-cornice del resto di riforme costituzionali. In questo modo si arriverebbe  soltanto a Luglio o Settembre 2020.

Una possibilità – secondo un’indiscrezione di Repubblica – sarebbe quella di sfruttare una legge mai applicata prima, la 352 del 1970. L’articolo 15 prevede che un referendum può essere posticipato fino a 6 mesi nel caso ce ne sia un altro in arrivo da sottoporre alla popolazione.

Così si arriverebbe serenamente a Gennaio o Febbraio 2021, e a quel punto saremmo a un passo dall’inizio del semestre bianco, gli ultimi 6 mesi di mandato del Colle durante i quali le Camere non possono essere sciolte. A quel punto, tutte le riforme diventerebbero leggi della Repubblica e le elezioni verrebbero indette per scadenza naturale della legislatura.

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