Giustizia, Draghi e Cartabia aprono a Conte

No, non voterei la fiducia sull’attuale versione della cosiddetta riforma della giustizia. Ed è inaccettabile che il Presidente del Consiglio chieda l’autorizzazione al voto di fiducia già al varo in Consiglio dei ministri del relativo disegno di legge”. Così Stefano Fassina, Deputato LeU, nel corso di Agorà estate su Raitre.

“Come sarebbe inaccettabile – continua – se fosse messa la fiducia su un DdL di delega a maglie larghe sul fisco. L’Italia è ancora una Repubblica parlamentare: le leggi sono discusse e approvate da Camera e Senato, tanto più quando sono provvedimenti di portata sistemica. I rilievi mossi sul testo Cartabia, non soltanto dal M5S, ma dal Csm e da numerose e autorevolissime personalità della magistratura e della cultura giuridica, vanno ascoltati e i conseguenti emendamenti approvati. Mi colpisce l’inversione dell’ordine dei fattori decisivi ad arrivare al giusto processo, quindi ad un processo concluso nei suoi tre gradi di giudizio in tempi allineati ai più efficienti ordinamenti dell’Ue: prima le scadenze rigide e indifferenziate per l’improcedibilità, poi le risorse umane e strumentali. Lo stato di emergenza non autorizza il premier tecnico a continue forzature delle procedure costituzionali”.

l punto d’incontro tra il duo Draghi/Cartabia (da un lato) e il Movimento 5 stelle col suo presidente in pectore Giuseppe Conte (dall’altro) può arrivare su un concetto semplice: nessuna improcedibilità nei giudizi su reati di mafia e terrorismo. Cioè una delle principali modifiche chieste dai pentastellati al testo della riforma del processo penale licenziato dal Governo. All’inizio della settimana decisiva per l’approvazione – l’arrivo in Aula alla Camera è fissato a venerdì – un retroscena di Repubblica dà l’accordo per fatto: nell’elenco dei reati per cui la “ghigliottina” non vale, oltre a quelli puniti con l’ergastolo, entrerebbero le fattispecie di criminalità organizzata di stampo mafioso e terroristico (i cui processi, peraltro, già adesso godono di una corsia preferenziale, essendo gli imputati quasi sempre detenuti). In questi casi la prescrizione resterebbe quindi bloccata dopo la sentenza di primo grado (in base alla riforma Bonafede) senza il rischio di estinzione del processo per “sforamento” del termine di due anni in Appello o uno in Cassazione. A quanto riporta il Corriere, Conte e Draghi si sono sentiti al telefono più di una volta tra venerdì e sabato, con l’ex premier a insistere sul punto (“Non possiamo permettere che anche un solo processo di mafia salti a causa della riforma”) lanciando però messaggi distensivi rispetto all’ipotesi di una resa dei conti in Aula.

Una mediazione, quindi, per scongiurare i rischi sulla tenuta del sistema di contrasto alle mafie.

E su cui – riporta sempre Repubblica – c’è anche l’accordo di Enrico Letta, allineato a Conte nell’esigenza di mettere al sicuro procedimenti delicati. “In questa settimana si faranno gli ultimi aggiustamenti, poi un testo andrà votato”, dice il segretario Pd al Corriere, “il nodo giustizia doveva arrivare e si stanno cercando soluzioni. Io sono fiducioso, perché Draghi e Cartabia hanno mostrato grande flessibilità”. I dem da parte loro insistono sul cosiddetto lodo Serracchiani, dal nome della capogruppo a Montecitorio: per permettere agli investimenti sul sistema-giustizia di produrre effetti, il termine per concludere l’appello è allungato a tre anni, invece di due, per tutti i reati fino al 2024. Un’altra possibile modifica riguarda il momento da cui far partire il conto alla rovescia: nel testo del governo è fissato alla scadenza del termine per impugnare, il M5s chiede di farlo decorrere dalla prima udienza del grado di Appello (come prevedeva, peraltro, la stessa commissione Lattanzi incaricata da Cartabia di elaborare la proposta di riforma).

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