Giorgia Meloni arriva in Senato in un clima diverso rispetto a quello che aveva accompagnato i primi mesi del suo governo.Non c’è più l’energia della leader capace di occupare da sola la scena politica,né la sicurezza di una maggioranza convinta di poter trasformare ogni difficoltà in consenso.La presidente del Consiglio si presenta con un profilo più prudente,quasi difensivo,consapevole che la lunga fase dell’entusiasmo iniziale si è esaurita e che il governo è ormai giudicato sui risultati concreti più che sulla capacità comunicativa.
Il passaggio parlamentare assume così un valore politico che va oltre il semplice confronto istituzionale.Perché negli ultimi mesi l’esecutivo ha progressivamente perso slancio su molti dei temi che avevano costruito la sua narrazione originaria.Dall’immigrazione alla crescita economica,fino alle riforme istituzionali,la distanza tra gli annunci e gli effetti reali è diventata il principale terreno di attacco delle opposizioni.Elly Schlein sintetizza questa linea con una formula netta:«Il Governo ha fallito».Non è soltanto uno slogan parlamentare.È il tentativo di fissare nell’opinione pubblica l’idea di una maggioranza entrata in una fase di logoramento.
Il punto più delicato resta l’economia.Il governo continua a rivendicare stabilità finanziaria e credibilità internazionale,ma fatica a tradurre questi elementi in un miglioramento percepibile della condizione sociale.L’inflazione ha rallentato,ma il potere d’acquisto delle famiglie resta debole.I salari continuano a essere il vero nodo irrisolto del sistema italiano,mentre la precarietà occupazionale rimane diffusa soprattutto tra giovani e donne.La crescita economica appare modesta,e il rischio di stagnazione pesa su un Paese che da anni alterna fasi di ripresa fragile a ricadute strutturali.
Anche sul fronte migratorio,tema identitario della destra italiana,la strategia del governo mostra limiti evidenti.La linea della fermezza ha prodotto una comunicazione efficace presso parte dell’elettorato,ma non una reale capacità di controllo dei flussi.Gli accordi internazionali,compreso quello con l’Albania,restano controversi e complessi da applicare.Intanto gli sbarchi continuano a rappresentare una pressione politica costante,e l’Europa si muove secondo tempi e interessi che spesso non coincidono con quelli italiani.La promessa di una svolta radicale si è così scontrata con la rigidità della realtà geopolitica.
Meloni mantiene comunque un punto di forza significativo:la debolezza di un’alternativa politica compatta.Le opposizioni attaccano il governo ma faticano ancora a costruire una proposta comune credibile.Il Partito Democratico guidato da Schlein prova a consolidare un profilo più sociale e progressista,puntando su sanità pubblica,lavoro e diritti civili.Ma il centrosinistra continua a soffrire divisioni strategiche e difficoltà di leadership che limitano la capacità di trasformare il malcontento in consenso maggioritario.
Per questo il passaggio in Senato non segna una crisi immediata dell’esecutivo,ma piuttosto l’inizio di una fase politica diversa.La presidente del Consiglio appare meno incline alla polarizzazione permanente e più concentrata sulla gestione degli equilibri interni e internazionali.La postura della leader anti-establishment lascia spazio a quella di una premier chiamata a difendere la tenuta del sistema,anche a costo di ridimensionare alcune promesse originarie.
È qui che si misura la trasformazione più evidente del governo Meloni.La destra arrivata al potere promettendo rotture profonde si trova oggi a fare i conti con i vincoli della realtà economica,europea e diplomatica.La distanza tra propaganda e governo non riguarda soltanto questo esecutivo,ma nel caso di Meloni assume un peso particolare perché il consenso iniziale era stato costruito proprio sull’idea di discontinuità radicale.Ora quella promessa si confronta con la normalità difficile del potere.
Schlein cerca di approfittare di questo passaggio.La segretaria democratica punta a rappresentare il disagio sociale che attraversa il Paese e a descrivere il governo come incapace di incidere davvero sulle disuguaglianze.Ma la sfida dell’opposizione resta aperta:criticarel’esecutivo non basta se manca una visione alternativa percepita come credibile dagli elettori.
Alla fine il dato politico più rilevante è forse proprio questo.Giorgia Meloni non appare indebolita al punto da rischiare il governo,ma neppure abbastanza forte da imporre ancora la narrazione trionfale degli inizi.Si presenta in Senato con le ali abbassate,consapevole che la fase della conquista è terminata e che adesso comincia quella più difficile:convincere gli italiani che il potere ottenuto sia stato davvero trasformato in capacità di governo.
Andrea Viscardi
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