C’è stato il gran giorno di Giorgia Meloni al Meeting di Rimini. La premier, alla sua prima sul palco dei ciellini, è stata accolta con un’ovazione che addirittura l’ha commossa.
Il suo intervento è stato lungo e articolato: ha toccato tutti i punti dell’attualità politica, sia nazionale che internazionale. E, in effetti, non ha deluso le aspettative, visto che molti l’hanno commentato dicendo che è destinato a segnare la rotta dell’ultima parte della legislatura.
Meloni, dicendo basta alla giustizia politicizzata, che l’Unione Europea rischia l’irrilevanza, che Draghi ha ragione, che l’immigrazione incontrollata è una minaccia, ha anche promesso che il prossimo punto qualificante della sua azione di governo sarà un piano casa, con affitti calmierati per le giovani coppie. Ma non solo: la premier ha anche fatto intendere che punta buona parte delle sue fiches sulla riforma della giustizia. E che, per portarla a casa in maniera definitiva, è pronta anche a convocare lei stessa, senza aspettare l’opposizione, il referendum costituzionale per la prossima primavera. In più: a livello internazionale, Giorgia Meloni sarebbe pronta a un vero e colpo coup de théâtre: il riconoscimento dello Stato della Palestina. Parola di un commentatore d’eccezione, l’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli.
Ed è stato proprio l’ex direttore del CorSera, in libreria con l’ultimo lavoro edito da Rizzoli “Il prezzo della pace, quando finisce una guerra”, ad avere l’impressione che dal palco di Comunione e Liberazione, la premier abbia tracciato l’agenda politica-istituzionale dei prossimi mesi. Al conduttore Francesco Magnani, Mieli ha confidato: ‘Ho trovato Giorgia Meloni molto determinata a portare a casa l’unica riforma che le è possibile: quella della giustizia. Il tono particolarmente vivace che ha utilizzato, poi, per me, significa che se la riforma, in seconda lettura, non avrà i due terzi dei voti in parlamento, come è scontato che sia, sarà lei stessa a chiedere il referendum per vederla approvata definitivamente’.
In ogni caso, per Paolo Mieli, la nuova stagione politica che tra qualche giorno andrà a cominciare dopo la pausa ferragostana porterà in primavera al referendum costituzionale che inevitabilmente segnerà il destino della legislatura:
Soffermandosi poi sulle parole che il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha speso sulla politica estera, Paolo Mieli ha sottolineato i toni mai così duri che ha utilizzato nei confronti del governo Netanyahu. Ma queste parole cosa comportano? Anche il riconoscimento della Palestina? Il direttore non l’ha escluso affatto: ‘Meloni ha battuto ancora sul tema del rilascio degli ostaggi, non ha parlato di Gaza solo unilateralmente. Ma sì: credo che la sua durezza nei confronti del governo di Israele possa comportare anche il riconoscimento dell’Italia dello Stato palestinese’.
Nel suo intervento, la presidente del Consiglio – ha spiegato il giornalista e storico – “non solo ha condannato il 7 ottobre, in una maniera che spesso gli altri che discutono di queste cose dimenticano, ma ha detto anche cose definitive su Israele. La prova risolutiva è che il rimprovero che le è stato mosso oggi è stato: dovevi dirlo prima. Se uno come obiezione le dice che lo doveva dire prima, vuol dire che quello che ha detto lo considera definitivo”.
Parlando al Meeting, in particolare, Meloni ha detto: “Noi non abbiamo esitato un solo minuto nel sostenere il diritto alla sicurezza e all’autodifesa di Israele dopo il massacro del 7 ottobre compito da terroristi che da troppo tempo si fanno scudo dei civili, ma non possiamo tacere ora di fronte ad una reazione di Israele andata oltre il principio di proporzionalità, mietendo troppe vittime innocenti, arrivando a colpire anche le comunità cristiane che sono fattore di equilibrio nella Regione e che ora sta mettendo a repentaglio la prospettiva storica di due popoli e due Stati. “Condanniamo – ha aggiunto la premier – l’uccisione dei giornalisti a Gaza, inaccettabile attacco alla libertà di stampa e a tutti coloro che rischiano la vita per raccontare l’orrore della guerra. Chiediamo a tutte le nazioni di fare pressione su Hamas per rilasciare gli ostaggi e chiediamo a Israele di cessare gli attacchi, di fermare l’occupazione militare di Gaza, di porre fine all’espansione degli insediamenti in Cisgiordania, di consentire l’accesso degli aiuti nella Striscia, di partire dalle proposte dei Paesi arabi per trovare una soluzione”.
La platea era pronta a scattare comunque nell’applauso scrosciante a ogni passaggio di rilievo del discorso e non si è fatta pregare. Ai ciellini, e certo non solo a loro, Giorgia Meloni ha saputo offrire quel che volevano, il quadro complessivo di una compiuta svolta reazionaria, e quel di cui avevano bisogno, la capacità di rivestire il progetto in vesti allettanti: quelle di un conservatorismo reazionario che sa presentarsi come innovativo e dinamico.
Non è neppure nella sfida quasi minacciosa che pur lancia soprattutto sul fronte che più le brucia, quello dell’immigrazione: “Ogni tentativo che verrà fatto impedirci di affrontare il problema dell’immigrazione verrà rispedito al mittente: non c’è giudice, politico o burocrate che possa impedirci di far rispettare la legge”.
Una visione ideologica compiutamente di destra si traveste così da un pragmatismo dettato solo dalla necessità a cui la premier ricorre davvero solo in materia di politica estera. Europeista e draghiana ma con l’obiettivo di un’Europa molto diversa dal suo progetto originario: una somma di identità nazionali convergenti solo sugli interessi comuni tenute insieme dalle “radici culturali e religiose colpevolmente negate”. Decisa a difendere il ruolo di spalla trumpiana in Europa, al punto da esaltare gli invisibili “spiragli di dialogo con Mosca” e da usare sì, per la prima volta, parole durissime contro il governo Netanyahu ma guardandosi bene dall’alludere anche alla lontana a qualsivoglia pressione concreta su Israele.
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