Gentiloni ottiene la fiducia al Senato

Dopo aver incassato la prima fiducia alla Camera, il governo Gentiloni ha superato anche la prova del Senato con 169 sì, 99 no e 0 astenuti. Perfetta parità tra l’esecutivo attuale e quello di Matteo Renzi. Anche l’ex premier infatti 24 febbraio del 2014 ottenne 169 sì contro 139 no, su 308 votanti e senza alcun astenuto. Rispetto ad allora si sono comunque verificati passaggi dalla maggioranza alla minoranza e viceversa e soprattutto è nato il Gruppo di Ala, che rafforzò il sostegno all’esecutivo durante il suo mandato e che oggi non ha partecipato al voto. I votanti complessivi sono stati 268. Nel suo passaggio al Senato Gentiloni ha in parte ribadito ciò che aveva già detto nel suo primo discorso alla Camera. E’ tornato a sottolineare la coerenza dell’ex premier Matteo Renzi, dimessosi dopo la vittoria del ‘No’ al Referendum. Poi ha rimarcato: ‘Non siamo innamorati della continuità, abbiamo anzi rivolto una proposta all’insieme delle forze parlamentari per individuare una convergenza più larga. C’è stata una indisponibilità: non un amore della continuità ma la presa d’atto di questa situazione ha spinto le forze che hanno sostenuto questa maggioranza a dar vita a questo governo, per responsabilità’. E a proposito della durata dell’esecutivo e legge elettorale ha di nuovo chiarito: ‘La durata del governo è stabilita dalla Costituzione. Sulla legge elettorale rivendichiamo un compito di facilitazione e sollecitazione perché non ci sfugge, a prescindere da quanto durerà la legislatura, l’urgenza di dare al nostro sistema regole che consentano alla Camera e al Senato di governare in modo armonizzato. Serve alle istituzioni, non è una valvola da aprire o chiudere a seconda dell’urgenza o meno dell’appuntamento elettorale’. Se  aveva illustrato alla Camera le priorità del nuovo governo su terremotati, Mezzogiorno e banche, al Senato aggiunge: ‘Il compito principale dell’esecutivo appena nato è completare le riforme avviate’. Il premier è arrivato oggi  alla riunione dei leader socialisti nel teatro Albert Hall di Bruxelles che precede il vertice europeo, il primo per il nuovo presidente del Consiglio.   Ieri il presidente Jean-Claude Juncker ha ribadito l’importanza di restare al fianco di Roma sul fronte migranti e di escludere i fondi che l’Italia mette a disposizione dal patto di stabilità. Parole che danno anche la cifra della disponibilità verso Paolo Gentiloni, oggi al debutto al tavolo dei leader dell’Unione.  Ai piani alti dei palazzi di Bruxelles è stata apprezzata la rapidità con cui l’Italia ha risolto la crisi di governo, e Gentiloni, conosciuto e stimato nel suo ruolo di ministro degli Esteri, viene considerata persona a cui dare fiducia. Oltre al dibattito sui dossier in agenda, che si apre con lo spinoso capitolo sulla migrazione, importanti saranno i contatti che il nuovo premier avrà con i vertici delle istituzioni, ed è prevista la presenza di Mario Draghi ad una parte dei lavori, anche per discutere della complicata situazione delle banche. Mentre resta la riserva italiana sulla revisione del bilancio Ue. E ai margini sarà piuttosto inevitabile parlare dell’elezione del nuovo presidente del Parlamento europeo, un derby tra Gianni Pittella (S&D) e Antonio Tajani (Ppe).  Sarà però ancora una volta il dossier migranti sotto i riflettori. I leader ribadiranno l’intenzione di salvaguardare l’accordo Ue-Turchia, lasciando uno spiraglio aperto sulla liberalizzazione dei visti, che al momento resta comunque remota. Il dibattito sulla Turchia, la questione aperta con l’Olanda per l’accordo di associazione con l’Ucraina e la revisione del regolamento di Dublino sono i ‘campi minati’ del vertice, spiegano fonti Ue. Intanto se l’Italia ha scongiurato il pericolo della ‘solidarietà flessibile’, respingendo la carica della presidenza slovacca sulla riforma del sistema Dublino, Gentiloni ribadirà ai colleghi che il meccanismo di ‘relocation’ dovrà essere al centro della revisione, e su base obbligatoria. Su posizioni opposte restano i quattro Paesi Visegrad, con Polonia e Ungheria i due più rigidi. Il premier magiaro Viktor Orban potrebbe però portare all’attenzione dei colleghi la proposta di realizzare strutture (tipo hotspot) per accogliere i migranti, fuori dall’Ue, in Paesi come Tunisia o Egitto. Anche l’Austria sembra essere sulla stessa linea.

 

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