Fino al 23 novembre 2025, il Teatro Brancaccio di Roma accoglie Frida Opera Musical, la nuova produzione della MIC International Company, scritta da Andrea Ortis e Gianmario Pagano, con le musiche e le liriche di Vincenzo Incenzo e la regia dello stesso Ortis. Un’opera che non imitai grandi musical biografici internazionali, ma che si affianca a essi in un territorio personale e ardente, in cui la vita di Frida Kahlo non si narra: si canta, si respira, si attraversa.
Fin dall’inizio lo spettacolo scorre come un unico nastro senza nodi: non ci sono stacchi, non ci sono ingressi sottolineati. Tutti i personaggi si muovono dentro lo stesso corpo narrativo. Frida, interpretata da una intensa Federica Butera, non è mai fuori fuoco: canta per necessità, dipinge perché deve, vive con un futuro già scritto ma con una fame di vita che brucia ogni scena. I testi delle canzoni – tessuti tra italiano e spagnolo – non sono orpelli, ma vene pulsanti del racconto: confessioni, lampi, frammenti di diario messi in musi.
In questo fluire, Diego Rivera (Andrea Ortis) emerge come la sua controparte naturale. Se Frida parla alle viscere di chi ascolta, graffiandole da dentro, Diego parla alle masse: ha la voce larga degli artisti pubblici, di chi ha dipinto per i popoli e per i palazzi, di chi crede che l’arte debba spiegare, convincere, scuotere. In uno dei momenti più riusciti, la sua voce richiama uno dei pensieri che gli appartengono: «L’arte è un’arma. Solo chi non la teme può maneggiarla.» È il suo manifesto, la sua marcia costante verso la collettività, mentre Frida rimane un’urgenza privata, un incendio interiore.
Tra loro, sopra di loro, accanto a loro, si muove Caterina, incarnata da una magnifica Drusilla Foer: regale, ironica, tenera e tagliente. La sua presenza non è decorativa: è una guida, un ponte, una voce che commenta il mondo con distacco affettuoso. Quando canta, la narrazione cambia temperatura: ciò che era umano diventa simbolico, ciò che era tenero si fa rito. È lei, con la sua eleganza luminosa, a ricordare che la morte in Messico non è un’ombra, ma un personaggio in scena.
Attorno ai tre protagonisti si muove un ensemble compatto, sostenuto dalle coreografie di Marco Bebbu: un corpo di ballo capace di trasformarsi in strada, folla, ricordo, dolore, festa. Le danze non interrompono il racconto ma gli danno ritmo, lo avvolgono. I costumi di Erika Carretta riflettono la personalità dei personaggi senza cadere nell’ovvio folklorismo, le luci di Valerio Tiberi e Virginio Levrio, unite alle proiezioni curate da Levrio stesso, costruiscono un Messico emotivo, più immaginato che descritto, fatto di ombre calde e bagliori improvvisi, come un luogo ricordato più che visitato. Le scenografie di Gabriele Moreschi completano questo respiro visivo senza sovrastarlo.
La narrazione procede attraversando gli episodi fondamentali della vita dell’artista: l’incidente, il dolore, le rinascite, le lotte politiche, la passione, la gelosia, la necessità di dipingere. Sempre con un movimento fluido, sempre con la voce al centro. Una delle frasi più celebri di Frida risuona come una spina dorsale poetica dell’intero lavoro: «Dipingo me stessa perché sono la persona che conosco meglio.» È una dichiarazione che diventa chiave interpretativa dello spettacolo: Frida dipinge se stessa, e il musical resta fedele a questo sguardo, al suo modo di raccontare il mondo partendo da una ferita personale.
Alessandro Cannistrà
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