“La situazione è in evoluzione ma, detto con chiarezza: considero un fatto positivo che il mondo si sia liberato di un tagliagole come Khamenei, l’Iran è stato direttamente o indirettamente responsabile di troppi crimini. Questo, però, non significa che sia caduto il regime degli Ayatollah. Quel sistema si regge ancora su centinaia di migliaia di uomini, tra Basij e Pasdaran, addestrati all’odio contro gli Stati Uniti e contro Israele e, soprattutto, integrati da decenni in un vero sistema di potere”, così Gianfranco Fini, presidente emerito della Camera dei Deputati, già vicepremier e Ministro degli Esteri, in un’intervista a BeeMagazine, rivista online del Gruppo The Skill.
“Il premier Meloni – prosegue Fini – in un contesto storico complesso ha collocato l’Italia dalla parte giusta. Sull’Ucraina non ha avuto esitazioni: ha sostenuto con nettezza il diritto del popolo ucraino a difendersi da un’aggressione brutale, finalizzata a rovesciare Zelensky e a installare un regime fantoccio. La stessa nettezza si è vista sul fronte israelo-palestinese: riconoscere il diritto dei palestinesi ad avere un proprio Stato non significa accettare slogan che implicano la cancellazione di Israele. Sul piano europeo, molti hanno dovuto ricredersi. Chi immaginava una Meloni euroscettica e priva di visione comunitaria ha dovuto prendere atto del rapporto solido costruito con Ursula von der Leyen e del peso che oggi l’Italia esercita anche attraverso l’importante incarico ricoperto da Fitto nella Commissione. L’Italia è tornata a essere un riferimento per l’Ue”.
Interrogato sul referendum della giustizia, infine, l’ex presidente della Camera dichiara il suo voto favorevole, perché la considera “una riforma necessaria”. E trova “francamente preoccupanti i toni usati in questa campagna: significa spostare il dibattito dalla sostanza alla propaganda. Per questo il richiamo del presidente Mattarella a riportare il confronto sul merito del quesito, e non sulla polemica politica, è stato opportuno e condivisibile. Il punto, infatti, va chiarito: non stiamo parlando di una rivoluzione della giustizia, ma di una riforma dell’ordinamento della magistratura. La Costituzione parla di potere legislativo, di potere esecutivo e di ordine giudiziario: non è un dettaglio, perché significa che ai magistrati spetta il compito di far rispettare la legge, non di interpretarla”.
I dati sono impietosi per la sinistra, che si conferma ancora una volta agitatrice di una mera propaganda con risvolti autolesionisti. A dare ampio conto della relazione dell’Agcom è Luciano Capone sul Foglio. Emerge che nel periodo di riferimento i Tg Rai hanno dedicato più spazio al No che al Sì. In particolare, al Tg1 il No ha avuto il 52,3% dello spazio a fronte del 47,7% del Sì; al Tg2 il No ha avuto il 53% di spazio, mentre il Sì il 47%; al Tg3 il 52,9% al No contro il 47,1% per il Sì. Precisa Capone che «il dato non si riferisce al minutaggio in valore assoluto, ma al cosiddetto “tempo di parola riparametrato”, che è calcolato dall’Agcom con una ponderazione che tiene conto della fascia oraria e degli indici di ascolto».
In questo contesto, anche considerando la variazione che si registra con i programmi di informazione extra-tg, vale a dire sostanzialmente i talk, il rapporto non cambia poi di molto: anche se i Sì conquistano terreno (52,2% contro 47,8% su Rai 1 e 51,5% contro e 48,5% su Rai 3) «si tratta di un sostanziale equilibrio considerando che la differenza in valore assoluto è di pochi minuti». E decisamente sotto la soglia del 10% che fa scattare l’intervento dell’Agcom.
Se ci si sposta a Mediaset si vede che il tema referendum è pressoché assente da Italia 1, sebbene sui 4 minuti dedicati 3 siano stati a favore del No; che Canale 5 mantiene un equilibrio tale da far registrare appena 48 secondi di scarto a vantaggio del Sì rispetto al No; che la sola Rete 4 è chiaramente schierata per il Sì, con un tempo di parola riparametrato pari al 64,2% contro il 35,8% di tempo a disposizione per il No. Ciò detto, anche così Rete 4 non riesce a eguagliare lo sbilanciamento di La7, che al No ha assicurato il 70,4% del tempo di parola riparametrato a fronte del 29,6% accordato al Sì.
Ma, attenzione, avverte ancora Capone, «lo squilibrio nella tv di Cairo è peraltro superiore a quello di Rete 4 rispetto a quanto le percentuali mostrino. Perché il rapporto 64/36 di Rete 4 è riferito a 5 ore e 33 minuti di tempo di parola “riparametrato” complessivo: significa che il Sì ha parlato per circa 3 ore e 33 minuti, mentre il No circa 2 ore (con una differenza di circa un’ora e mezza). Nel caso di La7, invece, il rapporto 70/30 è riferito a un tempo di parola “riparametrato” complessivo di 15 ore e 41 minuti: significa che il Sì ha parlato per 4 ore e 39 minuti, mentre il No per 11 ore e 2 minuti (con una differenza di circa 7 ore e 20 minuti). Vale a dire che, in valore assoluto di tempo riparametrato, lo squilibrio de La7 a favore dell’opposizione è cinque volte più grande dello squilibrio di Rete 4 a favore del governo».
«D’altronde basta guardare i programmi di Lilli Gruber (Otto e mezzo), Giovanni Floris (diMartedì), Corrado Formigli (Piazzapulita), Diego Bianchi (Propaganda live), Marianna Aprile e Luca Telese (In onda), Massimo Gramellini (In altre parole) per rendersi conto non solo che le ragioni del Sì sono sottorappresentate ma spesso sono del tutto assenti», sottolinea ancora il giornalista. E qui torniamo all’esposto di Pd, Avs e M5S e al perché la loro propaganda strabica si configuri come l’ennesimo autogol: stando alla lettera delle loro richieste, pare proprio che in effetti il riequilibrio che hanno richiesto all’Agcom serva, ma debba andare a favore del Sì.
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