Finalmente analizzata la pietra di Stonehenge: è indistruttibile

Il sito di Stonehenge è da sempre avvolto da una patina di fascino e mistero, che certo non può lasciare indifferente la comunità scientifica, che da anni si chiede come mai le rocce di Stonehenge siano così refrattarie ad usura e cambiamenti fisici.

Il cromlech più famoso ed imponente del mondo si trova nei pressi di Amesbury, a pochi chilometri dalla cittadina Salisbury nello Wiltshire, e si crede che sia rimasto praticamente immutato sin dai tempi della sua installazione, risalente al Neolitico.

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Plos One rivela la composizione delle rocce di Stonehenge. Come dichiara David Nash dell’Università di Brighton, co-autore della ricerca, “ora abbiamo finalmente un’idea del perché quella roba sia ancora lì”.

Sembrerebbe infatti che la composizione della roccia che compone il “cerchio di pietra” più imponente del mondo sia particolarmente resistente all’erosione ed agli effetti del tempo.

Ma come hanno potuto i ricercatori mettere le mani sulla pietra di Stonehenge, considerando che non ne esistono frammenti e che è ovviamente vietato estrarne di nuovi? La risposta arriva da un lavoro di riparazione e restauro avvenuto nel lontano 1958, ad opera di Robert Phillips, intagliatore di diamanti che fu allora chiamato a riparare uno dei triliti del sito neolitico.

Autorizzato a carotare la roccia 58, e a tenere per sé il campione di roccia come souvenir, il da poco scomparso Phillips riconsegnò il tesoro dopo quasi sessant’anni, aprendo le porte ad importantissime scoperte inedite su Stonehenge.

Per esempio, è stato proprio grazie alla a spettrofotometria XRF eseguita nel 2020 sul campione donato da Phillips che è stato possibile finalmente fornire una datazione per le rocce di Stonehenge, che risalirebbero al 2500 a.C..

Il “Phillip’s Core”, così viene chiamato il campione della roccia 58, viene definito dagli scienziati “una sorta di Sacro Graal”: come afferma il Professor Nash, “è estremamente raro per uno scienziato avere la possibilità di lavorare su campioni di tale importanza”.

Il campione di Phillips è stato esaminato in lungo e in largo, ed è stato anche possibile distruggerne una buona metà per fini scientifici. Coinvolti sia il Museo di Storia Naturale di Londra, sia istituzioni come l’English Heritage.

Quel che è emerso dalle indagini sulla composizione della roccia 58, è che ci si trovi di fronte ad una composizione particolarmente forte di quarzi, disposti in una matrice di cristalli ad incastro che rende la pietra praticamente indistruttibile.

Come rivelato da Nash a Science Alert, ci sarebbe da chiedersi “se i costruttori di Stonehenge conoscessero le proprietà delle rocce, piuttosto di aver scelto le più grandi e le più vicine al sito”.

A livello geochimico, la composizione del campione della roccia 58 corrisponde con 50 delle 52 altre rocce che costituiscono il cromlech, quindi è lecito credere che le rocce di Stonehenge siano dello stesso tipo.

Tecnicamente si tratta di silcrete, un crostone di suolo che si cementa con la silice: le rocce di Stonehenge sono largamente composte di sedimenti erosi che risalgono addirittura al Paleogene, agli albori del Cenozoico, cioè a oltre 25 milioni di anni fa.

L’analisi del campione di Phillips ha permesso anche di scoprire l’origine delle pietre di Stonehenge, che parrebbero provenire dalle foreste West Woods, tra le colline di Marlborough Downs.

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