Al Teatro Quirino va in scena Falstaff – L’arte di farla franca, scritto e diretto da Davide Sacco e interpretato da Emilio Solfrizzi. Lo spettacolo, presentato in prima nazionale, rilegge in chiave contemporanea due archetipi della drammaturgia europea: il Falstaff di William Shakespeare e il Don Giovanni di Molière, fondendoli in un’unica figura dominata dal potere della parola e dall’illusione di poter sfuggire alle conseguenze delle proprie azioni.
L’apertura è già teatro nel teatro: sipario dorato, atmosfera da rivista, e Solfrizzi che entra dalla platea in smoking scintillante, attraversa il pubblico, lo saluta e introduce lo spettacolo prima ancora che cominci. Una scelta metateatrale coerente con l’impianto registico, che insiste sull’idea di un Falstaff sempre esposto, sempre in scena, incapace di sottrarsi allo sguardo.

Emilio Solfrizzi offre una prova di grande mestiere, un attore di scuola solida che governa con precisione ritmo e tempi comici, costruendo una partitura serrata, fatta di incastri perfetti e continui rilanci. La comicità, spesso giocata sugli equivoci, è efficace e puntuale, ma trova la sua vera forza nella centralità della parola. Falstaff non ha altro: né potere né denaro, ma una lingua capace di sedurre, manipolare e reinventare la realtà. Ed è proprio questa arma a permettergli, almeno in apparenza, di “farla franca”.
Il personaggio vive nel presente assoluto, nel “qui e ora”, rifiutando qualsiasi profondità temporale. Mettersi nei guai diventa una necessità esistenziale che lo fa sentire vivo e il movimento continuo è l’unico antidoto al silenzio. Sacco costruisce così un protagonista che non si ferma mai perché fermarsi significherebbe ascoltare tutto ciò che incombe: il tempo, la solitudine, il fallimento.
Lo spazio scenico, come emerge chiaramente anche dal progetto dichiarato, rafforza questa visione, una pedana circolare, instabile, senza vie di fuga, che diventa di volta in volta locale, camerino, arena o prigione. Le luci della ribalta espongono costantemente il protagonista, trasformando ogni gesto in un atto sotto processo. È un dispositivo che funziona, soprattutto nel rendere visibile la condizione di un uomo intrappolato nella propria rappresentazione.

Accanto a Solfrizzi, è Giorgio Borghetti a lasciare un segno particolarmente incisivo. Il suo clochard, che richiama a tratti una figura di coscienza, quasi un controcanto silenzioso e giudicante, è costruito con misura e profondità, capace di oscillare tra leggerezza e inquietudine. Borghetti evita ogni caricatura e restituisce un personaggio stratificato, che accompagna e al tempo stesso incrina la traiettoria di Falstaff, aggiungendo densità emotiva ai momenti di passaggio tra comico e tragico.

Intorno a questo asse si muove un cast ben orchestrato, Matteo Mauriello, nei panni di Pistol, è brillante e si conferma un’ottima spalla, contribuendo con efficacia al ritmo comico; Cristiano Dessì gestisce con solidità il doppio ruolo di Nym e del Marito, così come Ivan Olivieri, impegnato tra il Creditore e l’altro Marito, entrambi funzionali a costruire la rete di pressioni attorno al protagonista.
Sul versante femminile, Claudia Ferri (Margaret) e Marika De Chiara (Alice) incarnano con intelligenza e misura il contrappunto lucido alla vitalità caotica di Falstaff, sono presenze decisive nel processo di smascheramento, capaci di trasformare il ridicolo in strumento di equilibrio e giustizia scenica.
Ma è nel finale che lo spettacolo cambia definitivamente pelle. Il lungo monologo conclusivo rompe l’equilibrio comico e apre a una dimensione più cupa, esplicitamente debitrice del teatro shakespeariano. Falstaff si arresta, si spoglia delle sue maschere e riconosce l’ineluttabilità della fine. Le parole, che fino a quel momento erano state strumento di difesa, si trasformano in consapevolezza amara:
“La morte non è altro che un’ombra che cammina, un pessimo attore che si agita e si pavoneggia per un’ora sulla scena e poi più nessuno lo ascolta.”
È qui che lo spettacolo trova la sua profondità: nella crepa che si apre sotto la superficie comica. La risata, fino a quel momento piena e trascinante, si incrina e lascia emergere il vuoto. Falstaff non è più solo un truffatore brillante, ma un uomo che ha costruito la propria esistenza come una rappresentazione continua, salvo scoprire che il tempo — l’unico vero avversario — non può essere ingannato.

Falstaff – L’arte di farla franca si muove così su un equilibrio delicato tra intrattenimento e riflessione, tra macchina comica e sottotesto esistenziale. Se la prima parte conquista per ritmo e precisione, è nella seconda che lo spettacolo ambisce a qualcosa di più: trasformare la parabola di un personaggio in una domanda universale. E lasciare allo spettatore, uscendo, un dubbio sottile: quanto della nostra vita è davvero vissuto, e quanto, invece, semplicemente recitato.
Compagnia Molière
presenta
EMILIO SOLFRIZZI
in
FALSTAFF
l’arte di farla franca
Liberamente ispirato a Shakespeare e Molière
Testo e Regia
DAVIDE SACCO
con
GIORGIO BORGHETTI
e con
MATTEO MAURIELLO
IVAN OLIVIERI
CLAUDIA FERRI
MARIKA DE CHIARA
CRISTIANO DESSÌ
scene FABIANA DI MARCO, luci LUIGI DELLA MONICA, costumi LUCIANA DONADIO, musiche DAVIDE CAVUTI, aiuto regia ILARIA CECI, foto RICCARDO BAGNOLI
TEATRO QUIRINO
5-17 MAGGIO
PRIMA NAZIONALE
Loredana Margheriti
ProgettoItaliaNews Piccoli dettagli, grandi notizie.
