Europa e Meloni: ‘Sia una democrazia fondata sulle radici classiche e cristiane’

“Prima di parlare di come modificare i Trattati o di come coinvolgere nel progetto europeo gli Stati del vicinato, dovremmo sforzarci di ritrovare quello che il Papa emerito Benedetto XVI ha definito ‘un’identità e una missione’ per l’Europa. Che cosa vuole essere oggi l’Europa?”, Cìcosì Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, in un intervento su ‘Il Foglio’ dopo quello dei giorni scorsi del segretario del Pd, Enrico Letta, dedicato alle prospettive del Vecchio continente.

La domanda di partenza è appunto: cosa vuole essere l’Europa? “Uno spazio di democrazia liberale formale che persegue un’agenda politico-ideologica? Il più grande mercato integrato plurinazionale che si confronta con altri mercati? Perché se è solo questo, a me francamente piace poco e non basta. Noi crediamo invece che l’Europa debba sforzarsi di essere una democrazia di valori, che quei valori risiedano nelle nostre radici classiche e cristiane, che forti di quei valori dobbiamo proporre un progetto rispettoso delle identità nazionali e che, forti di quel progetto, dobbiamo porci come un attore globale per difendere gli interessi dei nostri cittadini. Che è esattamente quello a cui dovrebbe servire l’Unione europea”.

“Dobbiamo avere il coraggio -scrive la leader Fdi- di guardare la realtà del nostro Continente per quella che è e non per quella che vorremmo fosse, come invece quasi sempre fanno i federalisti europei, per i quali la risposta ai problemi comuni è sempre la stessa: ‘più Europa’. Il rischio della loro impostazione dogmatica è che, invece di rafforzare il sogno di un’Europa dei popoli unita, forte e libera, finiscano per indebolirlo fino a distruggerlo“.

“Al di là dell’auspicio politico di una Europa più integrata nei sette campi individuati da Letta, noto che le modifiche di architettura che il segretario Pd propone vanno proprio ad accentuare quel rischio. Le ultime settimane ci hanno dimostrato che, quando c’è la volontà politica, si può fare tutto e che gran parte di quello che non è stato fatto in questi anni non ha nulla a che fare con il diritto di veto in seno al Consiglio europeo.

“E se oggi c’è una forte diffidenza da parte di alcuni Governi verso una modifica dei Trattati che istituisca il voto a maggioranza su alcune materie decisive, è proprio perché -avverte Meloni- negli ultimi anni i Trattati sono stati forzati per colpire gli avversari politici, eletti democraticamente a capo delle loro Nazioni”.

“Chi ci dà la garanzia che, un domani, una riforma dei Trattati non si trasformi in un ulteriore strumento per punire o premiare i popoli in base a come votano, anche qui in Italia? Purtroppo nessuno, perché invece è proprio lì che si vuole andare a parare. E del resto, non ho mai sentito Enrico Letta -lamenta Meloni- opporsi alle teorie strampalate di quelli che dichiarano pubblicamente che ‘l’Europa non consentirebbe in Italia la formazione di un governo guidato da Fratelli d’Italia’. Cioè a dire, la sovranità appartiene al popolo, ma solo se il popolo vota come vuole l’Europa. Strano concetto di democrazia, non crede?”.

“E ancora, Letta propone un modello confederale per tenere vicini gli Stati che ambiscono ad aderire all’Ue in attesa del compimento del processo formale. Come detto, io sono fautrice di un modello confederale per l’attuale Unione a 27, che invece a sinistra vorrebbero sempre più federale, cioè con una sempre più forte cessione di sovranità dagli Stati membri a Bruxelles. Una strada che reputo sbagliata, perché divide e non unisce”.

“Non ho invece preclusioni a ragionare di come meglio avvicinare quei popoli che vogliono essere parte di un progetto europeo. A patto però -puntualizza la leader di Fdi- che si chiariscano bene i confini di questo percorso. Ad esempio, oggi si immaginano corsie preferenziali per la martoriata Ucraina, che condivido, ma da anni teniamo a bordo campo Nazioni, come la Serbia, che nel frattempo hanno stretto sempre di più le proprie relazioni con Russia e soprattutto Cina, che nei Balcani occidentali sta investendo molto, approfittando della colpevole assenza di molti, tra cui l’Italia”.

“E intanto si continua a tenere aperta la procedura di adesione della Turchia di Erdogan che, prima di provare a ergersi a mediatore nel conflitto ucraino, ha ripetutamente avuto atteggiamenti ostili contro l’Europa e alcuni suoi Stati membri. Cosa facciamo in situazioni come queste? Dove arrivano i nostri confini? Chi sono i nostri amici, chi sono i non amici ma partner necessari, chi sono i competitor e chi ancora i ‘nemici’ di lungo periodo?”.

E ancora, dopo anni trascorsi a discutere di parametri finanziari e a fare dell’Europa una mera piattaforma in un mercato globale senza regole, convinti che la “mano invisibile” della mondializzazione avrebbe portato benessere e democrazia ovunque, ora tutti si rendono conto di quanto sarebbe stato più opportuno mantenere in Europa le nostre produzioni e i nostri settori strategici, limitando la nostra dipendenza dai paesi terzi.

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