Fino al 2 novembre 2025 la Sala Umberto di Roma accoglie L’importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde, nella traduzione elegante di Masolino D’Amico. Lo spettacolo, prodotto da Dear Friends | Artisti Associati – Centro di Produzione Teatrale, è diretto da Geppy Gleijeses, che firma una regia raffinata e vivace, riportando in scena la commedia più famosa e rappresentata dell’autore irlandese, definita da molti “la commedia perfetta”.
Sul palco un cast d’eccellenza: Giorgio Lupano, Luigi Tabita, Maria Alberta Navello, Giulia Paoletti, Bruno Crucitti, Gloria Sapio e Riccardo Feola, accanto a una straordinaria Lucia Poli nei panni di Lady Bracknell, la zia di uno degli “Ernest” e, come si scoprirà in un irresistibile colpo di scena, zia di entrambi, sorella della loro madre defunta. La Poli regala un’interpretazione magistrale, di un’eleganza ironica e tagliente, che domina la scena con naturalezza assoluta. È una Lady Bracknell autoritaria e surreale, che incarna tutto il paradosso e la brillante ipocrisia della società vittoriana, ma anche la sottile ironia di Wilde, capace di farci ridere delle nostre stesse contraddizioni.
Geppy Gleijeses, che di questo testo conosce ogni sfumatura, racconta al termine dello spettacolo che L’importanza di chiamarsi Ernesto è stata la sua grande scuola: l’ha interpretata per oltre trecento repliche nei primi anni Duemila, accanto proprio a Lucia Poli e con la regia di Mario Missiroli. È per lui, come ha confidato al pubblico salendo sul palco, “l’opera teatrale più bella in assoluto a livello di commedia brillante”. E questa nuova edizione sembra davvero confermarlo.
La scenografia di Roberto Crea costruisce un raffinato ambiente vittoriano, ma è nella seconda scena, quella che fa da cornice al secondo atto, che lo spettacolo raggiunge una suggestione particolare. Il giardino che prende vita sul palco, immerso in un’atmosfera quasi fiabesca, è un piccolo capolavoro visivo. Le luci di Luigi Ascione, morbide e sfumate, disegnano un bosco pieno di ironia e mistero, restituendo un senso di sospensione e di sogno che amplifica il gioco teatrale di Wilde. I costumi di Chiara Donato completano il quadro con eleganza, sottolineando con misura e intelligenza il carattere dei personaggi.
Ritrovare un classico come questo è sempre un piacere. Personalmente non vedevo L’importanza di chiamarsi Ernesto dai tempi del liceo, e lo stesso vale per la persona che mi accompagnava: entrambi abbiamo avuto la stessa sensazione di tornare a casa, in un teatro che sa ancora emozionare senza artifici. Dopo una giornata di lavoro, sedersi in platea e lasciarsi trasportare da un testo così intelligente, recitato con tale precisione e leggerezza, è un’esperienza che riconcilia con il teatro.
Oscar Wilde resta senza tempo, di un’intelligenza sottile e contemporanea, anzi più che contemporanea: eterna. Ogni volta che lo si rilegge o lo si riascolta in scena, è inevitabile pensare con un po’ di dispiacere al destino di un genio così, penalizzato nella sua epoca per la sua omosessualità. Ma forse è proprio quella ferita a rendere la sua scrittura così viva e spietata: Wilde è il genio dell’ossimoro, capace di amare ciò che odia e di odiare ciò che ama, di far convivere il sarcasmo con la malinconia. Nei suoi personaggi – così umani nelle loro maschere, così sinceri nella loro falsità – ritroviamo noi stessi, le nostre convenzioni, le nostre fragili verità.
Con questa nuova edizione, Geppy Gleijeses e Lucia Poli ci ricordano che i grandi classici non invecchiano mai, se portati in scena con passione e intelligenza. L’importanza di chiamarsi Ernesto è un piccolo miracolo teatrale che continua a farci ridere, pensare e, soprattutto, riconoscerci.
Barbara Lalle
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