Erdogan: ‘Se il governo la vara ok a pena di morte’

 Purghe di massa e  arresti sono superficie e simbolo  della vendetta di Erdogan contro i presunti autori, o sostenitori, del fallito golpe.  La situazione nel paese è tutt’altro che tornata calma con  più di 7.500 arresti, oltre 13mila dipendenti pubblici cacciati, via 8mila poliziotti e centinaia di migliaia di lavoratori statali bloccati in Turchia da un divieto d’espatrio. Le autorità turche hanno sospeso 30 prefetti su 81. In totale, i dipendenti del ministero dell’Interno sollevati dai loro incarichi sono 8.777, di cui,  oltre ai prefetti,  7.899 poliziotti, 614 gendarmi e 47 governatori di distretti provinciali. Ma le purghe toccano anche dipendenti pubblici non direttamente legati alla sicurezza. Oltre alle quasi 12 mila persone già sospese da polizia e magistratura, circa 1.500 dipendenti sono stati sollevati dai loro incarichi dal ministero delle Finanze. Erdogan fa tabula rasa di golpisti e oppositori, promette una repressione sempre più dura e annuncia che se il Parlamento l’approverà darà il suo ok alla pena di morte.  Lo dice in una intervista alla Cnn dove  fa sapere che reintrodurrà la pena di morte se il Parlamento la varerà: ‘La pena di morte  c’è negli Stati Uniti, in Russia, in Cina e in diversi Paesi nel mondo. Solo in Europa non c’è. In Turchia era stata eliminata ma non ci sono statuti irrevocabili. Riuniremo il Consiglio di Sicurezza Nazionale domani e dopo la riunione annunceremo un’importante decisione’ Replica l’Italia con Paolo Gentiloni: ‘Se la Turchia dovesse reintrodurre la pena di morte i negoziati per l’adesione di Ankara all’Unione europea si interromperebbero. E’ chiaro che non sta né in cielo né in terra di continuare un qualsiasi percorso negoziale con un Paese che reintroducesse la pena di morte, visto che tra i principi dell’Unione europea c’è ovviamente l’abolizione della pena di morte’. Il presidente turco è anche andato all’attacco dell’imam Gulen, ritenuto da Ankara la mente del golpe e del quale è stata chiesta l’estradizione dagli Usa: ‘Alcuni media internazionali hanno visitato la Pennsylvania, dove risiede l’imam e magnate Fethullah Gulen, che la Turchia accusa di essere dietro al fallito golpe. Ora, io vorrei chiedere a questi media,  se avessero intervistato Bin Laden quando le torri gemelle sono state attaccate, cosa avreste pensato’. Magnate e mistico sufi, intellettuale e scrittore, uomo d’affari e predicatore scrittore, amico di Giovanni Paolo II,  Fethullah Gulen, da vent’anni in esilio in Pennsylvania,  è diventato il peggiore nemico di Erdogan.  Eppure negli anni passati è stata proprio questa santa alleanza tra questi due islamisti,   Gulen, detto ‘Hoca’, il Maestro, ed Erdogan, che aveva fatto fuori l’élite militare dalla scena politica e costruito l’ormai appannato modello di potere musulmano e democratico dell’Akp.  Le vicende politiche di questi anni in Turchia hanno insinuato crepe e divisioni in quelle forze armate una volta compatte  che detenevano anche un forte potere economico: l’ascesa dell’Akp e dei gulenisti ha ridimensionato un sistema dominante per decenni. Non è un caso che il partito kemalista di Chp abbia condannato il golpe, seguito poi da tutti gli altri. Quella tra Gulen ed Erdogan è una battaglia dai contorni sotterranei e a volte misteriosi che ha segnato le vicende della Turchia. La più influente confraternita musulmana che con Gulen ha raggiunto milioni di seguaci e un fatturato di miliardi di dollari, costruendo scuole, università, controllando giornali e gruppi economici, infiltrandosi nella magistratura e nella polizia, ha origini nello sperduto villaggio anatolico di Nurs, vicino al lago Van.  Gulen fa la sua ascesa negli anni ’80 e  mette l’accento sul successo economico e individuale. Hoca Effendi Gulen,  che nel ’99 si autoesilia in Usa per sfuggire a un processo per eversione da cui è stato assolto nel 2008 ,  si appoggia alla rete delle ‘dershane’, comunità di studio, preghiera e mutuo soccorso. La sua confraternita, denominata Cemaat, conta ora su decine di università e centinaia di scuole preparatorie e milioni di seguaci, dai quattro ai cinque solo in Turchia, senza contare l’associazione imprenditoriale Tusko, l’impero mediatico Zaman, la finanza islamica (Bank Asya). Secondo alcune stime governa asset per 25 miliardi di dollari ma non è sempre chiaro chi siano i veri finanziatori. Nella lotta tra Erdogan e Gulen molti osservatori vedono una battaglia storica tra la confraternita sufi dei Naksibendi e quella dei Nurcu fondata da Said da cui ha tratto ispirazione Gulen. Già anni fa si osservava che era un’alleanza innaturale, quasi tattica, per far fuori i kemalisti e i militari. L’obiettivo di Gulen era una riforma radicale della repubblica  mentre Erdogan non intendeva rovesciare completamente il sistema kemalista puntando a una democrazia presidenziale dai tratti autoritari con valori islamici. I due sono in rotta di collisione anche in politica estera. Gulen si è sempre detto contrario ad appoggiare la guerriglia islamica anti-Assad in Siria, alla rottura con Tel Aviv,  ora ricomposta,  all’apertura ai Fratelli Musulmani. Ecco cosa c’è dietro a un golpe, tra cause dirette e indirette: la rottura degli interessi strategici della Turchia, che puntava a diventare un Paese leader del mondo musulmano annettendosi economicamente la Siria e l’Iraq e quando nel 2011 il piano è naufragato tra guerre e rivolte Erdogan ci ha provato con altri mezzi, la guerriglia jihadista, all’inizio comunque approvata dagli americani i funzione anti-Assad e anti-Iran. Poi sono venute le intese con Teheran sul nucleare e l’intervento della Russia a cambiare i dati strategici. Non solo, perchè sia gli Usa che la Russia hanno appoggiato i curdi siriani in chiave anti-Isis, vero incubo strategico per la Turchia. Erdogan si sente tradito dagli Usa, i golpisti da Erdogan per la sua politica anti-Nato e a loro volta hanno ‘tradito’ il presidente che ha fallito i suoi obiettivi espansionistici. In Turchia si sono verificati episodi rivoltanti di giustizia arbitraria e di vendetta nei confronti di soldati sospettati di aver partecipato al tentato golpe. Ha detto il portavoce della cancelliera tedesca Angela Merkel: ‘Abbiamo visto nelle prime ore dopo il fallimento del golpe con  scene raccapriccianti di arbitrio e di vendetta contro i soldati in mezzo alla strada. Un simile fatto è inaccettabile’. Ma, dopo le tensioni dei giorni scorsi,  gli Usa puntualizzano anche di essere schierati a sostegno del governo eletto. Gli Stati Uniti  ritengono importante la relazione con la Turchia, un alleato della Nato, e stanno anche  cooperando nell’indagine sulle cause del golpe fallito.

Roberto Cristiano

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