Emergency compie venti anni

Momoh Mansaray ha cinque anni e vive in Sierra Leone. Quando ha iniziato a star male, con vomito, diarrea e febbre alta, forse non ha neanche capito che lo aveva colpito la terribile Ebola. Ma ha potuto percepire che era una malattia gravissima già prima di manifestare i sintomi, dai lamenti di suo padre, morto qualche giorno prima, e poi dalla sofferenza provata in prima persona da lui e dalla madre, quando è arrivato il loro turno. Momoh è giunto al Centro per malati di Ebola di Emergency, a Lakka, quattro settimane fa con la madre. Per lei non c’era già più niente da fare. Ma grazie alla somministrazione di liquidi per via endovenosa, il piccolo Momoh ha iniziato a riprendersi, a bere da una siringa e man mano a mangiare fino a riuscire a rimettersi in piedi. Oggi Momoh è guarito, ha sconfitto l’Ebola. Come lui anche Ahmed Wurie, Mariama, Monjama, Salatu e la lista potrebbe continuare. Storie di guarigione, che sono anche storie di un successo, quello delle cure mediche, del personale sanitario in prima linea, dell’attenzione prestata a evitare ulteriori contagi. Storie dell’impegno, il più recente, di Emergency, che non appena l’epidemia di Ebola ha iniziato ad assumere i caratteri di un’emergenza in Sierra Leone, con più di 100 persone ammalate al giorno, ha deciso di aprire il Centro di Lakka, a pochi chilometri dalla capitale Freetown. Oltre 100 tra medici, infermieri e ausiliari si occupano giorno e notte dei malati. E nel resto del mondo, altrettanto personale sanitario dell’associazione, fondata dal chirurgo Gino Strada nel 1994, offre assistenza medico-chirurgica gratuita alle vittime civili di guerra, mine anti-uomo e povertà. Quest’anno Emergency spegne le sue prime 20 candeline. Dal 1994 a oggi è intervenuta in 16 paesi e ha portato aiuto a oltre sei milioni di persone costruendo ospedali, centri chirurgici, centri di riabilitazione, centri pediatrici, posti di primo soccorso, centri sanitari, un centro di maternità e un centro cardiochirurgico. Tutte le strutture sono progettate, costruite e gestite da staff internazionale specializzato, impegnato anche nella formazione del personale locale e la medicina messa in pratica è basata sui diritti umani. «Se questi vent’anni fossero una scatola, sarebbe piena di ricordi dei sedici paesi in cui abbiamo portato aiuto», ha scritto per l’occasione la presidente Cecilia Strada, figlia del fondatore. «Dentro ci sarebbe una punta di lancia. Viene dal Ruanda: 1994, il primo intervento di Emergency. Siamo entrati nell’ospedale di Kigali, che era stato abbandonato, abbiamo riaperto il reparto di ostetricia, dove 2.500 donne hanno ricevuto assistenza e fatto nascere i loro bambini, e quello di chirurgia d’urgenza, curando 600 feriti di guerra. La punta di lancia l’abbiamo trovata entrando nell’ospedale abbandonato. Era vicino a un paziente: era stato ucciso nel proprio letto. Questa è la guerra. Poi l’abbiamo vista in tanti Paesi: diverse le armi, diverso il colore della pelle, ma sempre tragicamente uguali le vittime civili». Dopo Kigali, l’impegno sul fronte della salute e dei diritti ha fatto il giro di tutte le principali emergenze civili e umanitarie. Tutte queste tappe, tradotte in numeri, fanno oltre sei milioni di donne, uomini e bambini soccorsi. In Afghanistan Emergency ha curato oltre 3.900.000 persone (dati al 30 giugno 2014), in Iraq quasi 400.000 (al 30 giugno 2014), più di 460.000 in Sierra Leone, 325.000 in Sudan e altre 141.000 nella Repubblica Centrafricana (questi tre dati aggiornati al 31 dicembre 2013). Anche in Italia le prestazione offerte non sono poche, 120.000. Emergency, però, non è solo assistenza medica. Fin dalla sua fondazione è stata impegnata per promuovere la pace, la solidarietà e i diritti umani.

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