Elsinore Carnival: benvenuti nel manicomio di Shakespeare

Dove finisce il teatro e comincia la follia? Probabilmente da qualche parte sotto Roma, dietro una maschera da carnevale.

La prima sensazione è quella di aver sbagliato strada.

Si scende. Ma dove?

In un garage? In una cantina? In un rifugio sotterraneo?

Per qualche istante non è chiaro nemmeno se si stia entrando a teatro.

Poi una porta si apre e tutto cambia.

O forse tutto si rompe.

Perché Elsinore Carnival, l’esperienza immersiva ideata da Riccardo Brunetti e Alessandro D’Ambrosi per Project xx1, non assomiglia a nessuno spettacolo tradizionale. Non c’è una platea. Non c’è un palco. Non c’è nemmeno una direzione obbligata.

C’è un mondo.

Un mondo sotterraneo, labirintico, densissimo di dettagli, costruito come se Shakespeare fosse stato rinchiuso in un manicomio, avesse sognato un carnevale decadente e qualcuno avesse deciso di trasformare quel sogno in realtà.

Lo spazio di Area xx1, in via Aquilonia, diventa un organismo vivente.

Ogni stanza racconta qualcosa.

Ogni ambiente possiede una propria identità.

Ogni corridoio sembra condurre altrove.

I richiami alle tragedie shakespeariane convivono con suggestioni manicomiali, ospedali dimenticati, regge post-atomiche, laboratori di esperimenti impossibili. Ci sono troni che sembrano strumenti di tortura. Poltrone che ricordano sedie elettriche. Stanze che potrebbero appartenere tanto a Amleto quanto a un ospedale psichiatrico del Novecento.

L’effetto è travolgente.

Si rimane letteralmente a bocca aperta.

Non si sa dove guardare.

E forse è proprio questo il punto.

Perché il vero protagonista di Elsinore Carnival non è Amleto.

Non è Ofelia.

Non è Macbeth.

È lo spettatore.

Prima di entrare, ciascuno sceglie una maschera.

Ce ne sono molte.

Diverse.

Come diverse sono le identità che decidiamo di mostrare al mondo.

Da quel momento la maschera non può essere tolta. Almeno non spontaneamente.

Solo gli attori possono chiedere di rimuoverla.

Solo loro girano a volto scoperto.

È un dispositivo semplice e geniale.

Da una parte rende immediatamente riconoscibili performer e pubblico. Dall’altra introduce uno dei temi centrali dell’intero percorso: chi è davvero nascosto? Chi è davvero libero?

La risposta, naturalmente, non arriva mai.

E meno male.

L’ispirazione shakespeariana è evidente ovunque. I personaggi del Bardo attraversano stanze, corridoi e visioni. Ma Brunetti e D’Ambrosi, che firmano anche la regia, non costruiscono una semplice antologia teatrale.

Trovano un collante molto più potente.

La follia.
È la follia che tiene insieme tutto.
La follia di Amleto.
La follia di Lear.
La follia dell’amore.
La follia del potere.
La follia della perdita.

Ma soprattutto quella forma di follia che non coincide necessariamente con la malattia.

Quella che assomiglia all’autenticità.

Alla libertà.

Alla possibilità di smettere, almeno per una sera, di interpretare il ruolo che il mondo ci assegna.

È una follia che inquieta e libera allo stesso tempo.

E lo spettacolo lavora continuamente su questo doppio binario.

Gli oltre trenta interpreti coinvolti — da Sara Adami a Sandra Albanese, da Anna Maria Avella ad Antonio Bandiera, da Stefano De Majo a Massimiliano Viola, passando per un ensemble numeroso e perfettamente integrato nel meccanismo immersivo — riescono a mantenere viva la tensione narrativa anche quando il pubblico si disperde negli ambienti.

È un lavoro estremamente complesso.

Ogni attore deve essere contemporaneamente personaggio, guida, presenza scenica e detonatore emotivo.

E il risultato funziona.

Anche perché i costumi, lontani dalla ricostruzione storica tradizionale, suggeriscono Shakespeare senza copiarlo. Evocano epoche differenti e contribuiscono a quella sensazione di sospensione temporale che attraversa l’intero percorso.

Un’altra intuizione vincente è la presenza del piccolo bar interno.

Sembra un dettaglio marginale.

Non lo è affatto.

Bere un bicchiere di vino o un analcolico durante il percorso significa continuare a stare dentro l’opera.

Non si esce mai veramente dalla finzione.

Anche la pausa diventa parte della narrazione.

E forse è questo uno dei motivi del successo dello spettacolo.

Dopo mesi di programmazione e dopo la vittoria come Miglior Spettacolo e Miglior Regia al Roma Shakespeare Fest 2026, Elsinore Carnival continua a registrare un interesse raro per il panorama teatrale contemporaneo.

Perché non offre soltanto uno spettacolo.

Offre un’esperienza.

Un luogo da attraversare.

Un dispositivo che mette il pubblico nella condizione di scegliere, sbagliare strada, fermarsi, tornare indietro, seguire un attore, ignorarne un altro, costruendo ogni volta una storia diversa.

È teatro.

Ma è anche gioco.

È performance.

Ma è anche esplorazione.

È Shakespeare.

Ma è anche qualcos’altro.

Qualcosa che somiglia molto a un sogno febbrile, a un carnevale della mente, a una discesa negli spazi più segreti dell’immaginazione.

E quando si torna in superficie, dopo più di due ore passate laggiù, la sensazione è strana.

Come dopo un viaggio.

O dopo una seduta spiritica.

O forse dopo aver attraversato una follia che, per una volta, non faceva paura.

Faceva sentire vivi.

E di questi tempi non è poco.

Barbara Lalle

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