Elezioni Ungheria,sconfitto Viktor Orban, vince l’opposizione con Peter Magyar

Come da previsioni, in Ungheria arriva il cambio della guardia, tutto nel perimetro della destra: si conclude l’era di Viktor Orban, vince il suo ex delfino, il leader dell’opposizione Peter Magyar, europeista che gravita nell’orbita del Ppe.

Finisce dopo sedici anni l’era di Viktor Orban. Per quasi due decenni, le campagne, serbatoio fedele, gli hanno garantito stabilità, mantenendo a distanza un’opposizione frammentata. Poi la crepa: prima nelle città, quindi lungo le periferie. La sfida dell’ex discepolo Peter Magyar ha rotto l’equilibrio dall’interno, trasformando l’invincibilità in vulnerabilità. Fino al canto del cigno del comizio finale, quando Orban ha promesso di non fermarsi «nemmeno davanti all’inferno». Eppure, all’esito del voto, l’uomo forte di Budapest si è ritrovato sotto assedio. Dal trionfo alla trincea, costretto per la prima volta a fare i conti con la sconfi

Dal trionfo alla sconfitta
Nel 1989 è tra i volti della nuova era: jeans, capelli lunghi, occhi spregiudicati. Quando il 16 giugno sale sul palco in piazza degli Eroi e chiede il ritiro delle truppe sovietiche, nasce il primo Orban, quello che parla con un vocabolario ancora europeo. La sua seconda vita prende forma negli anni Novanta. Dopo aver guidato Fidesz come formazione liberale, nel 1998 lancia il suo guanto di sfida ai socialisti di Gyula Horn finendo per prendersi per la prima volta il Paese. Sono anni in cui definisce la sua architettura politica: rafforza il ruolo dello Stato, punta su crescita e classe media, lega sempre più il discorso pubblico a identità nazionale e sovranità. La sua casa politica cambia natura, assume i lineamenti di una forza nazional-conservatrice: non un aggiustamento, ma una rifondazione che anticipa la sua cifra sovranista.

Poi però arriva la sconfitta che brucia: perde di misura contro il socialista Peter Medgyessy, meno di due punti di scarto che non metabolizzerà mai davvero, rivendicando da subito il ritorno. L’occasione si presenta nel 2010, battendo Gordon Bajnai con una maggioranza schiacciante che non lo abbandonerà per i successivi tre lustri. Da lì costruisce la sua versione di «Stato illiberale», nelle parole usate da lui stesso il 26 luglio 2014 in Romania, con una nuova Costituzione, più poteri all’esecutivo, equilibri istituzionali e mediatici ridisegnati. Per Bruxelles è il guastatore, la spina nel fianco capace di bloccare dossier e decisioni all’unanimità con cadenza regolare. Agli occhi dei suoi sostenitori è l’uomo che ha restituito identità e protezione a un Paese che si sentiva ai margini. Dopo l’uscita di scena di Angela Merkel (l’eterna nemica su stato di diritto e migranti) in Germania, diventa il leader più longevo dell’Ue. L’addio al Ppe, nel 2021, ufficializzato prima che fosse il partito a cacciarlo, fa saltare ogni schema. Da allora il terzo Viktor si muove come un battitore libero: insieme a Matteo Salvini e Marine Le Pen lancia i Patrioti facendosi bandiera dei sovranisti contro Bruxelles, tiene aperti i canali con Ankara e Pechino e coltiva un equilibrio tutto suo. Restando vicino a Vladimir Putin anche dopo l’invasione dell’Ucraina e diventando uno degli alleati europei più espliciti di Donald Trump. Un piede a Est e uno nell’orbita Maga. In equilibrio su due mondi, ma già inclinato verso la caduta.

“Grazie Ungheria”, ha scritto il leader dell’opposizione sui social. Poi, dal palco allestito a Budapest per celebrare la vittoria: “Ce l’abbiamo fatta, Tisza e l’Ungheria hanno vinto le elezioni. Non con un piccolo margine, ma con un margine molto ampio. Insieme abbiamo liberato l’Ungheria“. “Avremo una maggioranza dei due terzi in Parlamento“, ha esultato il leader di Tisza.

“Insieme – ha scandito il leader 45enne parlando davanti alla folla che lo acclamava – abbiamo fatto cadere il regime di Orban. Abbiamo liberato l’Ungheria, abbiamo riconquistato la nostra patria”. “Abbiamo sconfitto una tirannia”, ha rivendicato ancora il leader di Tisza davanti ai suoi sostenitori, che “hanno detto no alla paura, hanno detto no al tradimento”. “Siamo partiti in pochi, eravamo Davide contro Golia e alla fine, con il potere dell’amore, abbiamo ottenuto una vittoria storica”, ha detto ancora Magyar, che si è poi rivolto a coloro che non lo hanno votato, incoraggiando uno spirito di “unità nazionale”.

Con il 92% dei voti scrutinati, a Tisza vengono assegnati 138 dei 199 seggi, cinque in più di quelli che servivano per ottenere la maggioranza dei due terzi. Al voto è stata registrata un’affluenza record, che alle 18.30 aveva già raggiunto il 77,8%.

Ungheria, Orbàn ammette la sconfitta, Meloni lo ringrazia
Orban ha ammesso la sconfitta sottolineando il risultato “chiaro” delle elezioni vinte da Tisza di Magyar. “Un risultato doloroso ma chiaro – ha detto in un breve discorso il premier uscente – La responsabilità e l’opportunità di governare non ci sono state date”. “Serviremo il nostro Paese e la nazione ungherese dall’opposizione”, ha aggiunto, dopo aver ringraziato i 2,5 milioni di elettori che hanno votato per Fidesz e promettendo di “non deluderli mai”. Nei 30 anni alla guida del partito, “abbiamo vissuto anni difficili e facili, belli e tristi”, ha concluso, ribadendo che “non si arrenderà mai, mai, mai”.

“Congratulazioni per la chiara vittoria elettorale a Peter Magyar, al quale il governo italiano augura buon lavoro”, ha scritto in un post sui social la premier Giorgia Meloni, che ha poi sottolineato: “Italia e Ungheria sono nazioni legate da un profondo legame di amicizia e sono certa che continueremo a collaborare con spirito costruttivo nell’interesse dei nostri popoli e delle comuni sfide a livello europeo e internazionale”. “Ringrazio il mio amico Viktor Orban per l’intensa collaborazione di questi anni, e so che anche dall’opposizione continuerà a servire la sua Nazione”. Da sinistra si cerca, come sempre, di cavalcare la vittoria altrui, anche quando qualcuno vince in Papuasia. Stavolta il Pd, e non solo, festeggiano il nuovo leader, non certo di sinistra, pur di attaccare la Meloni: “Il tempo dei sovranisti e delle destre nazionaliste è finito. Ha perso Orban ma con lui hanno perso Meloni, Salvini e i loro imbarazzanti video di supporto a Orban. E’ una bellissima notizia quella che arriva dall’Ungheria”, ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein, commentando l’esito delle elezioni ungheresi in collegamento con ‘In Onda’ su La7.

La soddisfazione della von der Leyen
“Il cuore dell’Europa stasera batte più forte in Ungheria“. Questo il primo commento, scritto in inglese e in ungherese, della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Poi, in un altro post: “L’Ungheria ha scelto l’Europa. L’Europa ha sempre scelto l’Ungheria. Insieme siamo più forti. Un Paese riprende il suo percorso europeo. L’Unione si rafforza”. La presidente della Commissione europea ha telefonato a Magyar per congratularsi. Lo ha scritto sui social la portavoce di von der Leyen, Paula Pinho, precisando che “hanno concordato di cooperare strettamente”. A Bruxelles si aspettano che uno dei primi atti del prossimo premier sia lo sblocco del prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina su cui Orban aveva messo il veto. Volodymyr Zelensky si è congratulato con Magyar per “la schiacciante vittoria” alle elezioni in Ungheria, dopo le tensioni e le crisi diplomatiche delle settimane scorse sull’asse Kiev-Budapest, con il premier uscente filorusso Orban che ha bloccato gli ultimi aiuti all’Ucraina. “È importante quando prevale un approccio costruttivo – ha scritto il presidente ucraino sui social – L’Ucraina ha sempre cercato relazioni di buon vicinato con tutti in Europa e siamo pronti ad avanzare nella nostra cooperazione con l’Ungheria“.

Una volta accertato l’esito delle elezioni, il presidente Tamas Sulyok convocherà il Parlamento entro un mese – con ogni probabilità già a maggio – aprendo la strada alla scelta del prossimo premier.

Sarà poi il Parlamento a eleggerlo a maggioranza semplice, su proposta del capo dello Stato, che di norma indica il leader del partito vincente.

Cosa succede in caso di stallo
In caso di stallo, il presidente potrà rilanciare con un nuovo nome o – come extrema ratio – sciogliere il Parlamento e riportare il Paese alle urne. A rendere il quadro più delicato è anche il profilo dello stesso capo dello Stato, vicino al partito di governo di Viktor Orban. Un elemento che, secondo l’opposizione, potrebbe pesare sugli equilibri del dopo-voto: Peter Magyar ha già fatto sapere che, in caso di vittoria, gli chiederà di farsi da parte.

Tutti gli scenari
Gli scenari restano molteplici. Una maggioranza assoluta dei due terzi per Fidesz – considerata negli ultimi giorni prima del voto dagli analisti molto improbabile – permetterebbe a Viktor Orban di rafforzare ulteriormente il suo sistema. Una vittoria più contenuta gli garantirebbe continuità, ma sotto pressione crescente. Sul fronte opposto, un successo di Magyar aprirebbe la strada.

Per assicurarsi la leadership, tuttavia, il leader di Tisza dovrebbe raggiungere la soglia decisiva dei due terzi: un traguardo non scontato, nonostante i sondaggi tutti in suo favore. Le incognite maggiori riguardano scenari di maggioranze fragili o di uno stallo senza vincitori chiari, con il rischio di trattative lunghe e instabilità. In questo quadro, l’estrema destra di Mi Hazank (Nostra Patria) potrebbe trasformarsi nell’ancora di salvezza per Orban.

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