Il 18 gennaio 2025, al Teatro Trastevere, ho assistito alla rappresentazione di Eichmann, dove inizia la notte di Stefano Massini, diretta da Monica Falconi, con Alessandro Giovi e Laura Garofoli.
Lo spettacolo è incentrato sulla figura di Adolf Eichmann e racconta il suo ruolo all’interno del Terzo Reich, utilizzandolo per descrivere il male come un meccanismo storico e politico insito nell’uomo, indipendentemente dalla variabile temporale e geografica.
In maniera molto precisa e sapiente viene messo in relazione un genocidio del passato con i genocidi del presente, evidenziando come le vittime possano diventare, a loro volta, carnefici.
Eichmann non viene rappresentato come un colpevole “mostruoso”, ma come una persona normale, quasi un ingranaggio inserito in un meccanismo più grande: un mestierante che svolge il proprio compito senza assumersene la responsabilità.
All’inizio vengono proiettate immagini di Al Jazeera sul massacro dei palestinesi ad opera dell’esercito israeliano, alternate a scene risalenti al periodo nazista. Successivamente Eichmann inizia a parlare, raccontando il cosiddetto “Piano Madagascar”, un progetto mai realizzato che prevedeva la deportazione di un mil ione di ebrei in Madagascar oppure in Polonia. Lì – secondo gli ideatori – avrebbero dovuto essere autonomi, con proprie leggi e cultura. Viene spontaneo chiedersi se il riferimento alle recenti ipotesi di deportazione dei palestinesi fuori dalla loro terra non costituisca un parallelismo voluto.
Nel 1933 due funzionari russi, Jagoda e Berman, proposero a Stalin di deportare a Tomsk tutti i presunti criminali e coloro che il regime riteneva problematici. Dopo iniziali esitazioni, il 18 maggio 1933 iniziarono i trasporti. Alcuni deportati furono ammassati sull’isola di Nazino senza cibo né acqua e, dopo pochi giorni, sotto gli occhi delle guardie, iniziarono episodi di cannibalismo. Fu il momento in cui si passò dal “nulla” al male.
Quando Eichmann venne arrestato in Argentina, trascorse tre giorni in una cella sorvegliato da una guardia che rinchiuse una lucertola in un bicchiere, osservandola morire soffocata. Eichmann paragona quell’episodio alle deportazioni in Siberia, ma non a ciò che fece lui con gli ebrei: si definì soltanto un esecutore. In modo freddo e cinico giustifica le proprie azioni citando i milioni di morti causati da Stalin, la pena di morte in Ucraina per chi teneva un sacchetto di grano, le torture inflitte agli schiavi ad Haiti.
La sua insensibilità alla morte, racconta, potrebbe essere nata da bambino, quando vide morire un vitello e lo sognò per notti intere. Anni dopo, durante la battaglia di Stalingrado, la sua città venne bombardata: la morte divenne una routine, qualcosa a cui non dare più peso.
Eichmann nacque il 19 marzo 1906 a Solingen, città famosa per la produzione di coltelli e bisturi. Non credeva in una religione, ma in un’entità superiore, non necessariamente buona, “più potente persino di Hitler”, secondo la quale non esistono il bene e il male, ma solo ciò che deve essere fatto. Un Dio che non vede gli uomini, come noi non vediamo i batteri.
Arrivò persino ad affermare di stimare gli ebrei per la loro fede in un Dio capace di governare la natura. Si vantò di aver lavorato per ebrei come agente commerciale e di aver aiutato alcune parenti ebree a lasciare Vienna, proprio come certi schiavisti che rispettavano una singola persona pur perpetuando l’orrore.
Secondo Eichmann Auschwitz fu “un errore” e non era previsto arrivare “a tanto”. In questo modo lasciava intendere che, fino a un certo punto, ci fosse qualcosa di giusto in quell’orrore. Si descrive come una vittima, come colui che “salvò” gli ebrei, paragonandosi a Dio sull’Arca di Noè.
Alla fine vengono proiettate immagini della Striscia di Gaza, che risultano ancora più dolorose dopo questo racconto. La situazione attuale appare come una tragica rivincita della Storia: chi è stato vittima rischia di infliggere ad altri lo stesso dolore, invece di spezzarne la catena.
Colpisce profondamente come, attraverso l’uso di parole “gentili”, Eichmann e i suoi collaboratori abbiano reso accettabili le loro nefandezze: il massacro diventa “soluzione finale”, i campi di concentramento “campi di lavoro”.
Eichmann – Dove inizia la notte
Di Stefano Massini
Regia Monica Falconi
Con Alessandro Giova e Laura Garofoli
Teatro Trastevere
Via Jacopa de’ Settesoli, 3 – Roma
Marco Zucchi
ProgettoItaliaNews Piccoli dettagli, grandi notizie.

