Effetto Renzi e gruppi parlamentari

Renzi ha lanciato i gruppi parlamentari alla Camera e al Senato, ed ha inviato segnali di distensione sia all’ex partito che al governo, garantendo l’impegno per la tenuta della legislatura.

Alla Leopolda, ha confermato Renzi, Italia Viva presenterà il simbolo e la sua struttura. L’ex premier ha spiegato che ci sarà un ‘segretario’ che parteciperà agli eventuali vertici di maggioranza al posto suo, se gli alleati lo considereranno ‘ingombrante’.

Sono stati resi noti i numeri dei gruppi di Italia Viva in Senato e alla Camera, numeri che potrebbero crescere con l’adesione di parlamentari provenienti da altri gruppi.

L’effetto Renzi sui gruppi parlamentari non si è fatto attendere e non ha investito solo i dem. Su Forza Italia, ad esempio, la nascita della nuova casa politica renziana ha prodotto fibrillazioni che rischiano di travolgere il partito di Berlusconi che fa registrare le prime defezioni con la senatrice Donatella Conzatti   che annuncia il passaggio a Italia viva. Non solo: sarebbero una ventina i deputati e quasi altrettanti i senatori che starebbero riflettendo sulla possibilità imitare Renzi e costituire gruppi autonomi per sganciarsi definitamente dalla Lega.

I fari sono puntati soprattutto a Palazzo Madama, dove un gruppo di senatori guarda con sempre maggiore interesse alle mosse dell’ex segretario dem. ‘Forza Italia rischia di dover competere nell’area dei moderati con un soggetto politico guidato da un leader di grande visibilità e proveniente da una tradizione diversa’, è l’allarme lanciato solo poche ore fa da  Mara Carfagna che martedì sera ha riunito in un ristorante di Roma una parte dei parlamentari, sottolineando che non si tratta di una mossa contro il coordinamento nazionale, che non c’è alcuna intenzione di costituire una corrente.

Silvio Berlusconi, riferisce più di un fedelissimo, avrebbe rimarcato come in questo momento non bisogna alimentare le spinte correntizie, che non occorre procedere con strappi o aprire contenziosi. Da qui la sua irritazione per il fatto che qualcuno sul serio guarda all’operazione Italia viva. L’epicentro del sisma politico rimane, tuttavia, il Partito Democratico. Le ragioni addotte da Renzi per spiegare l’addio sono ritenute ‘del tutto insufficienti’ dallo stato maggiore dem e contribuiscono ad alimentare i sospetti su chi rimane.

A Renzi risponde direttamente il vice segretario vicario del Pd, Andrea Orlando che afferma di non capire le regioni della scissione e non crede alla teoria del rafforzamento del governo: ‘Non ho ancora capito le ragioni di questa scissione. Si dice che rafforzerà la maggioranza. Ma una coalizione con quattro forze politiche è più difficile da gestire di una coalizione fatta da tre’.

Quando i gruppi parlamentari renziani saranno a regime, infatti, gli azionisti di maggioranza del governo non saranno più solo due (M5s e Pd), ma tre (M5s, Pd e Italia viva). Non un dettaglio, soprattutto quando ci sarà da sedersi al tavolo per decidere strategie comuni su temi delicati e magari divisi, a partire dall’imminente legge di Bilancio. O quando bisognerà affrontare il nodo delle nomine. Di qui al 2020, infatti, l’esecutivo dovrà indicare oltre cento manager pubblici, dal Cda dell’Inps fino agli ad di Eni, Enel, Leonardo e Terna. Tutte partite che fino a ieri sarebbero state decise all’interno del perimetro M5s-Pd (magari allargato a Leu) e nelle quali ora Renzi potrà ritagliarsi un ruolo. E qui sta il punto. Perché molto dipenderà dalla capacità che avrà il senatore di Rignano di non tirare troppo la corda, rendendo ai suoi ex compagni e soprattutto a Luigi Di Maio la convivenza indigeribile. Dosare strategia e impeto, appunto. Perché non è un caso che il leader del M5s abbia già fatto sapere a Conte che di vertici a tre o tavoli allargati non se ne parla. Insomma, una foto che lo immortali con Dario Franceschini (capo delegazione dem al governo) e Renzi, per il ministro degli Esteri sarebbe indigeribile.

Tra i parlamentari fedeli al segretario Zingaretti si diffonde il timore che anche in seno a Base Riformista, i cosiddetti ‘renziani responsabili’, stia covando la voglia di rompere. Tra i deputati non manca nemmeno chi crede che la manovra di Renzi contempli un’avanguardia di parlamentari incaricata di seguire il leader fin dall’inizio (i deputati di Sempre Avanti che hanno aderito a Italia Viva) e delle retrovie pronte a scattare ad un cenno di Renzi (i renziani rimasti per ora in Base Riformista).

 Al momento a seguire Renzi dovrebbero essere 25 deputati e 15 senatori, stando a quanto detto dallo stesso ex premier. Della partita non fa parte il capogruppo a Palazzo Madama, Andrea Marcucci, che ha messo a disposizione il suo mandato per dimostrare di non rimanere nel Pd per la ‘poltrona’. È in questo scenario che cade, come una bomba, il voto alla Camera sulla richiesta di autorizzazione a procedere a carico di Diego Sozzani, deputato di Forza Italia.

L’indicazione del Pd è di votare per il via libera e, quindi, per l’arresto del deputato. E così anche il Movimento 5 Stelle. Ma alla fine della votazione il boato dell’Aula segnala il colpo a sorpresa: Sozzani non sarà arrestato in virtù del voto contrario di 309 deputati, tra cui 49 franchi tiratori. Gli sguardi si rivolgono immediatamente ai renziani presenti in Aula. Tutti, nessuno escluso. A spiegare l’accaduto interviene Graziano Delrio, capogruppo dem a Montecitorio: ‘Le indicazioni erano chiare da parte nostra, tanto è vero che prima abbiamo votato in maniera difforme sull’ammissione delle intercettazioni. Può succedere che i deputati facciano valutazioni difformi rispetto a quelle della Commissione, questo fa parte del voto di coscienza. Non mancano assolutamente 20 voti del Pd’.

Il Movimento 5 Stelle assicura che quanto accaduto in Aula non avrà ripercussioni sul patto di governo con i dem.

Dal Colle si segue da lontano l’evolversi della situazione che, secondo molti osservatori, non darà maggiore stabilità alla maggioranza.

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