E’ l’Economist a dire che Draghi deve restare a Palazzo Chigi

L’Economist elogia l’Italia di Mario Draghi anche per ottenere l’effetto indotto di non muoverlo da Palazzo Chigi.

I punti  alti dell’intelligenza europea vede come una tragedia una eventuale scissione del binomio Italia-Draghi? Prima era stato il Financial Times, ora tocca all’Economist dire che il presidente del Consiglio resti dov’è, al timone della nave e non, con tutto il rispetto per il Quirinale, nel salone delle Feste.

L’Europa, va ribadito, tifa Draghi  per l’ottima ragione che  ha conquistato di fatto la leadership del nostro Continente: guardate come Bruxelles si è accucciata sulla questione dell’obbligo di tamponi per gli stranieri che vengono in Italia, passando da un fermo «Roma chiarisca» al silenzio di tomba dopo che il presidente italiani sul tema aveva scandito tre parole: «Non c’è molto da riflettere». Draghi parla, Bruxelles prende nota. Lui guida l’Italia e di lì l’Europa: questo ci stanno dicendo gli osservatori e i politici più avveduti.

Tutti sono convinti che il presidente del Consiglio voglia traslocare al Colle, cosa che, per carità, sarebbe il coronamento della vita professionale di un servitore dello Stato come lui. Immaginare però che Draghi stia lavorando per questo esito è una forzatura, quantomeno non ne esiste alcun indizio. Se non quelli sparsi da ambienti a lui vicini o  voci incontrollate di terza mano veicolati  nei corridoi di Montecitorio e di lì trovano spazio sulla stampa.

Tutti questi ambienti e personaggi fanno finta di sapere tutto trattando l’ex presidente della Banca centrale europea alla stregua di quei politicanti, anche di rilevo, che antepongono la propria carriera all’interesse nazionale, facendo finta di non sapere che il Paese si governa da palazzo Chigi.

È da Palazzo Chigi che l’Italia dovrà sfornare progetti credibili per assicurarsi i miliardi del Piano di resistenza e resilienza, è in quella stanza che si sta guidando e si guiderà ancora a lungo la battaglia contro la pandemia.

Questi ragionamenti, che peraltro tagliano trasversalmente i partiti, dovrebbero essere di casa di chi sta sostenendo l’azione del governo e in primo luogo di quel Pd che in questa fase appare improvvisamente tormentato, incerto, assillato da un incubo: cioè che la corsa al Colle possa essere infine vinta da Silvio Berlusconi, il che costituirebbe tra l’altro una sufficiente ragione per le dimissioni del gruppo dirigente.

Ecco perché Letta  insiste sul profilo non di parte del prossimo Capo dello Stato che infatti «non è mai stato un leader di partito, a eccezione di Giuseppe Saragat, ma il suo era un partito piccolo. L’opera di sbarramento al Cavaliere potrebbe indurre il segretario del Pd a giocare la carta-Draghi ma se fosse così sarebbe un tragico errore che getterebbe l’Italia prima a una fase di non governo e poi in braccio ai sovranisti nella fase più drammatica di degli ultimi decenni. Con magari Mario Draghi a scrutare impotente dal Colle le nuvole nere che avanzerebbero sul Paese.

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