Divario stipendi: dirigenti 365 euro al giorno in più rispetto ad operai

E’ forte la differenza di stipendio  tra la categoria dirigenziale e quella operaia. Un dirigente infatti,  guadagna 356 euro al giorno piu’ di un operaio, rispetto alla retribuzione di un “quadro”, un operaio prende in meno ogni giorno 127 euro mentre, rispetto a un impiegato, la differenza e’ di 22 euro. A causa   della divaricazione eccessiva delle retribuzioni, occorre restituire risorse ai lavoratori e alle famiglie del ceto medio e per questo e’ “assolutamente ripristinare nella manovra economica il contributo di solidarieta’ e la misura patrimoniale”. E’ quanto ha affermato il presidente delle Acli, Andrea Olivero, commentando i dati diffusi del rapporto dell’Iref – l’istituto di ricerca delle Associazioni cristiane dei lavorati italiani- presentato nella giornata di apertura del 44° Incontro nazionale di studi, a Castel Gandolfo, dedicato al tema del “Lavoro scomposto”. “Al di la’ delle ovvie componenti organizzative che fanno riferimento a diverse mansioni, ruoli e responsabilita’, sono dati – ha sottolineato il presidente delle Acli – che mettono in evidenza una divaricazione eccessiva delle retribuzioni, che non puo’ non essere presa in considerazione in queste ore in cui si discute di sacrifici per il Paese. Ancora una volta la questione della redistribuzione si rivela cruciale. Non solo per esigenze di giustizia e di coesione sociale, ma per oggettive ragioni economiche.
Restituire risorse ai lavoratori e alle famiglie del ceto medio e’ l’unico modo per garantire la tenuta dei consumi e il rilancio del Paese. Occorre assolutamente ripristinare nella manovra economica il contributo di solidarieta’ e la misura patrimoniale”. Secondo il rapporto dell’Iref, che mette a confronto le retribuzioni, sono queste le medie giornaliere dei lavoratori dipendenti nelle diverse professioni del settore privato: “Rispetto alla retribuzione media giornaliera (82 euro), un dirigente guadagna 340 euro in piu’ al giorno, un quadro 111 euro, un impiegato 6 euro in piu’. Un operaio si mette invece in tasca un salario giornaliero di 16 euro inferiore alla media. Peggio di lui solo il lavoratore apprendista, che guadagna in meno 31 euro al giorno. Le donne, rispetto agli uomini, ricevono in media al giorno 27 euro in meno”. Quello sui salari e’ solo uno dei dati presi in considerazione dalle Acli per mostrare le difficolta’ e le contraddizioni di un mondo del lavoro “scomposto”, che necessita di una “profonda riorganizzazione”. “Considerare la situazione attuale frutto esclusivo della congiuntura economica puo’ essere fuorviante”, scrivono le Acli, che invitano a “non dimenticare i ritardi storici del sistema produttivo italiano”.
Il lavoro sommerso: 12 posti di lavoro su 100 sono oggi irregolari, 18% al Sud e il 27% il Calabria. La struttura della produzione: solo lo 0,1% di grandi imprese contro lo 0,5 della Germania e lo 0,4 della Gran Bretagna. Il prospetto demografico sempre piu’ negativo: l’indice di ricambio della popolazione attiva (rapporto tra popolazione 15-24 anni e popolazione 55-64 anni, moltiplicato per cento) pone oggi l’Italia in una posizione intermedia rispetto all’Europa ma e’ destinato a peggiorare nettamente da qui a 20 anni. In tema di occupazione, secondo lo studio, diminuiscono gli occupati di fascia alta, cresce l’occupazione non specializzata. “Gli indicatori di occupazione e disoccupazione – scrivono i ricercatori dell’Iref – pur evidenziando dinamiche fondamentali come l’ingresso e l’uscita dal mercato del lavoro, non sono sufficienti per analizzare lo stato di salute di un sistema occupazionale”.
Ragionando sugli effetti della crisi sulla qualita’ dell’occupazione, le Acli segnalano la progressiva diminuzione degli addetti alla manifattura tradizionale (-1,1% dal 2004 al 2007; -4,4% dal 2007 al 2009) e l’inversione di tendenza nei settori dell’high-tech, che tornano a scendere del 2,8% nell’ultimo triennio rilevato dall’Istat. Nel 2010 sono andate perse circa 70mila posizioni dirigenziali, hanno perso il lavoro 78mila professionisti della conoscenza e oltre 100mila tecnici. Questo nella fascia alta della forza lavoro. 110mila sono stati invece gli operai specializzati e gli artigiani costretti a lasciare i lavoro. Hanno fatto ingresso nel mercato del lavoro soprattutto donne in posizioni professionali non specializzate (+108mila) o impiegatizie (+58mila). In sintesi, “a fronte di una perdita di occupati di fascia alta, si ha un ulteriore allargamento della base occupazionale poco o per nulla specializzata” .

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