Due anni di indagini su Giulio Regeni

 A due anni dall’orrendo assassinio di Giulio Regeni l’Italia non dimentica. L’impegno per la ricerca della verità continua’,  scrive su twitter il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.

Giulio Regeni è stato ucciso per le sue ricerche, ed è certo il ruolo dei Servizi. Lo mette nero su bianco il procuratore Giuseppe Pignatone, che in una lettera al ‘Corriere della Sera’ e a ‘Repubblica’ parla di nuovi elementi dell’inchiesta. Il movente, pacificamente da ricondurre alle attività di ricerca effettuate da Giulio nei mesi di permanenza al Cairo, e l’azione degli apparati pubblici egiziani che già nei mesi precedenti avevano concentrato su Giulio la loro attenzione, con modalità sempre più stringenti, fino al 25 gennaio, sono punti fermi.

Alle 19.41 del 25 gennaio Regeni mandò un messaggio alla sua ragazza: ‘Esco’. Fu il suo ultimo messaggio, scritto mentre stava raggiungendo a piedi la fermata della metropolitana più vicina a casa sua. Regeni, che aveva 28 anni, viveva in un appartamento nel quartiere Dokki di Giza, una città a una ventina di chilometri a sud-ovest del Cairo. Era uscito per raggiungere la festa di compleanno di un amico, organizzata vicino a piazza Tahir, la piazza più importante del Cairo.

Regeni era stato a casa tutto il giorno, anche perché il 25 gennaio non era una data come le altre: era il quinto anniversario della rivoluzione del 2011, quella che portò alla caduta di Mubarak e alla successiva ascesa dei Fratelli Musulmani. La situazione non era tranquilla, come tutti i 25 gennaio dal 2011 a oggi: nelle ore precedenti la polizia egiziana aveva compiuto migliaia di perquisizioni per bloccare iniziative e proteste contro il governo del presidente Abdel Fattah al Sisi. Il quartiere un po’ periferico dove viveva Regeni, comunque, non ne era stato coinvolto. Regeni scomparve quella sera nel tragitto da casa sua al posto dove era stata organizzata la festa con gli amici. Su quello che accadde tra la sera del 25 gennaio e il 3 febbraio ci sono solo sospetti.

Quello che sappiamo per certo era il motivo per cui Regeni si trovava in Egitto. Stava lavorando a una ricerca sui sindacati indipendenti dei venditori ambulanti, un tema politico molto delicato in Egitto. R

Poi successe un’altra cosa. Nell’autunno 2015 Regeni aveva ottenuto un finanziamento di 10mila sterline da una fondazione britannica che si occupa di progetti di sviluppo. Era una somma di denaro che Regeni avrebbe potuto usare come sostegno per le ricerche del suo dottorato e come aiuto per le persone che stava studiando. Ne parlò con Mohamed Abdallah, uno dei leader del sindacato indipendente dei venditori di strada, che però si mostrò interessato più ai soldi che al progetto in sé. Il 7 gennaio Abdallah denunciò Regeni alle autorità egiziane.

Le indagini condotte dalle autorità egiziane produssero quello che la procura di Roma, che collabora con la procura di Giza, ha definito una lunga sequenza di tentativi di depistaggio. La procura egiziana disse in un primo momento che Regeni era morto in un incidente stradale. La tesi fu smentita quando venne eseguita l’autopsia in Italia: Regeni era morto per lo spezzamento del collo, dopo essere stato sottoposto a numerose torture.

Ma il caso di despitaggio più clamoroso fu il modo in cui vennero ritrovati i documenti di Regeni. Il 24 marzo il ministro degli Interni egiziano scrisse su Facebook che il caso era risolto: i colpevoli erano quattro membri di una banda criminale specializzata nel fingersi agenti di polizia, nel sequestrare cittadini stranieri e rubare loro i soldi. I sequestratori erano stati tutti uccisi in uno scontro a fuoco con la polizia, quindi non poterono fornire la loro versione.

Oggi sappiamo che Giulio fu oggetto di una stringente attività di spionaggio ingrassata dalla paranoia degli apparati del regime egiziano alla vigilia del quinto anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir.

Il regime egiziano per due anni ha depistato le indagini, arrivando a concepire e consumare la macabra messa in scena della morte di cinque innocenti da offrire all’Italia come responsabili della morte di Giulio.

Alcuni quotidiani sono arrivati a suggerire che Regeni potesse essere stato manipolato e utilizzato più o meno inconsapevolmente come spia dai suoi professori. L’Università di Cambridge ha sempre respinto le accuse e ha difeso  la professionalità di Regeni, sostenendo che era del tutto qualificato per il suo compito. Anche la procura di Roma ha seguito questa pista, interrogando e sequestrando diverso materiale alla professoressa Rabab El Mahdi, tutor di Regeni. Per il momento però non sono emerse prove di un comportamento scorretto da parte dell’università.

Oggi, come dicevamo, il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone spiega l’attuale stato delle indagini e la loro difficoltà. Racconta, per esempio, come sulla base delle informazioni raccolte dagli investigatori italiani sarebbe già possibile arrivare ad alcune conclusioni.

In una indagine ordinaria, sulla base dell’informativa depositata la Procura avrebbe potuto già trarre alcune, seppur parziali conclusioni. Invece, la collaborazione tra i due uffici impone un percorso più lento e faticoso: condividere l’informativa, dare il tempo ai colleghi di studiarla e, quindi, valutare assieme a loro le successive attività da compiere. Un iter complesso, basato sul reciproco spirito di collaborazione. Un metodo che non può avere la speditezza che tutti noi desidereremmo. Ma è l’unico possibile. Qualunque fuga in avanti da parte nostra si trasformerebbe in un boomerang in grado di vanificare quanto fin qui con fatica costruito.

Pignatone poi rivendica i successi della procura, che ha contribuito a evitare che le indagini prendessero strade sbagliate, per esempio insistendo sull’inesistente attività di spionaggio di Regeni o sull’ipotesi che a compiere l’omicidio fossero stati criminali comuni. Nella sua lettera, Pignatone critica l’Università di Cambridge per le ‘contraddizioni’ nelle versioni che sarebbero state fornite su quanto accaduto a Regeni, e ringrazia invece il procuratore Nabeel A. Sadek, che guida le indagini in Egitto.

Da parte nostra, conclude la sua lettera, possiamo assicurare che proseguiremo con il massimo impegno nel fare tutto quanto sarà necessario e utile affinché siano assicurati alla giustizia i responsabili del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio.

 

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