Dopo la clamorosa esclusione del documentario su Giulio Regeni, ritenuto dagli esperti nominati dal ministro Alessandro Giuli non meritevole di ricevere alcun finanziamento pubblico si sono dimessi due membri della commissione: si tratta, secondo quanto riporta Repubblica, del critico Mereghetti e dello story editor Galimberti. Il ministro Giuli continua a non commentare la vicenda mentre esplode la polemica politica.
Mollano due dei 15 membri della commissione
Massimo Galimberti, consulente editoriale e story editor per progetti cinematografici e televisivi, oltre che organizzatore culturale e docente all’Università RomaTre, faceva parte della prima sezione della Commissione incaricata di esaminare film per la tv e il cinema, le serie e le produzioni di giovani autori. Paolo Mereghetti è invece un noto critico cinematografico. Faceva parte della seconda sezione che si occupa delle sceneggiature per il grande e il piccolo schermo, per il web e i cortometraggi. Hanno informato delle loro dimissioni dall’incarico con una lettera indirizzata al capo della Direzione Cinema e audiovisivo Carlo Giorgio Brugnoni per dire basta. Sono due dei 15 membri della commissione che ha bocciato il finanziamento. Sul caso dell’esclusione ci sono interrogazioni dell’opposizione, con il Partito democratico, +Europa e Avs che chiedono risposte al Mic.
“Giulio Regeni – Tutto il male del mondo”, il docufilm diretto da Simone Manetti, torna nelle sale di tutta Italia come risposta diretta dei produttori alla decisione del ministero della Cultura di escludere l’opera dai finanziamenti per il cinema. Sono più di 60 le sale che hanno scelto di riprogrammare il documentario, anche grazie al sostegno di Circuito Cinema, con proiezioni già da oggi in città come Roma, Milano, Torino, Bologna e Firenze. Il film, prodotto da Ganesh Produzioni e Fandango, era stato distribuito come evento speciale il 2, 3 e 4 febbraio scorso, dopo un’anteprima a Fiumicello, il paese natale di Giulio Regeni, in occasione del decennale della sua uccisione. Il ricercatore italiano fu ritrovato senza vita nei pressi del Cairo il 3 febbraio 2015, in una vicenda che continua a rappresentare una ferita aperta e una richiesta di verità e giustizia ancora senza risposta.
Il caso ha innescato una serie di conseguenze, come le dimissioni di due membri della commissione ministeriale e la protesta dei partiti di opposizione che hanno presentato un’interrogazione al ministro Alessandro Giuli.
Il documentario Giulio Regeni, tutto il male del mondo è diretto da Simone Manetti e ha vinto il Nastro della Legalità 2026. Racconta la storia del ricercatore italiano rapito, torturato e ucciso in Egitto nel 2016, una storia su cui ancora non ci sono colpevoli e indagini che, con rimpalli dall’Egitto e depistaggi, proseguono a rilento. Domenico Procacci di Fandango, che ha prodotto il lavoro insieme a Ganesh di Mario Mazzarotto ha bollato la scelta del ministero come politica. La pellicola è già uscita in sala e in ben 76 atenei italiani, tramite un’iniziativa promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo. Il 5 maggio approderà al Parlamento Europeo.
Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ammette: il mancato finanziamento al docufilm su Giulio Regeni è stato un errore. Ora il presidente della commissione Cultura della Camera Federico Mollicone, responsabile Cultura e Innovazione di FdI che sostiene: “Meritava di essere finanziato per il tema”. La destra fa retromarcia sul documentario Tutto il male del mondo sul ricercatore friulano torturato e ucciso al Cairo nel 2016. E le polemiche continuano a montare.
Dice oggi Mollicone: “Sono fra quelli che pensa che dovremmo andare fino in fondo per ottenere la verità. Come ho già spiegato, non sapevo dell’esistenza di un documentario su Giulio Regeni. L’ho appreso solo dai giornali dopo le polemiche di Procacci. Penso che su Regeni si debba andare fino in fondo: figurarsi se non avessi ritenuto meritevole di un finanziamento un documentario su un caso che ha ricordato un italiano torturato all’estero. Offro la mia disponibilità per organizzare – analogamente a come fatto con tanti altri film come, fra gli altri, Eredi della Shoah, Operazione Batiscafo Trieste, L’uomo dal fiore in bocca, Remember this, o con le proiezioni di docufilm su Capucci, su Vittoria Ottolenghi e sulla strage di Fiumicino, che non sono certo pericolosi epigoni della destra ma all’insegna del pluralismo più aperto e più stimolante – un confronto con i genitori di Regeni e la proiezione, come fatto al Senato”.
Su un suo possibile coinvolgimento nel caso del mancato finanziamento al docufilm su Regeni, come riportano alcuni quotidiani, Mollicone taglia corto: “Retroscena falsi e diffamatori”. Per poi precisare: “Ribadisco che il Parlamento non si occupa di commissioni ministeriali. Ricordo che le commissioni nominate da Franceschini bocciarono C’è ancora domani di Cortellesi, non potendo sapere che sarebbe diventato un fenomeno nazionale, così come un film, Il nibbio, dedicato a Nicola Calipari – continua Mollicone – Politicizzare la questione non fa che avvelenare il clima sul cinema sul quale stiamo facendo una legge di riforma che delega il governo al riordino delle norme su cinema e audiovisivo, senza bloccare il tax credit”.
Mollicone prova a spiegare anche il sistema delle commissioni “nominate e formate da esperti, sono una costruzione procedurale nata dalla legge 220/2016, quindi sotto il governo Franceschini. Le commissioni sono indipendenti e certamente la commissione Cultura non sa quali saranno le scelte. È tutto nei verbali della commissione. Nella legge delega chiederò, con un emendamento, anche di riformare i criteri dei contributi selettivi. Continuo a leggere ricostruzioni fantasiose – addirittura con il mio nome nel titolo. Ho già dato mandato ai miei legali per valutare eventuali intenti diffamatori”, conclude.
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