Dopo il caso sul gruppo Facebook che pubblicava foto intime di mogli inconsapevoli, chiude anche il portale sessista Phica.net.

Dopo il caso sul gruppo Facebook che pubblicava foto intime di mogli inconsapevoli, chiude anche il portale sessista Phica.net.  Un forum attivo da oltre vent’anni, frequentato da centinaia di migliaia di utenti, su cui venivano pubblicate immagini di donne note e meno note sottratte da profili social o riprese in contesti pubblici, spesso alterate, catalogate e accompagnate da commenti sessisti e istigazioni.

Phica.net è stato  chiuso. Il forum Phica.net nasce nel 2005 come spazio per contenuti amatoriali, ma negli anni ha accumulato sezioni e archivi in cui si trovavano — secondo le ricostruzioni giornalistiche— migliaia di immagini di donne riprese all’insaputa delle interessate o manipolate con tecniche digitali. Nelle ultime settimane il sito è stato messo sotto accusa perché, oltre a pubblicare foto prese da social e contesti pubblici, le sezioni “VIP” e i canali dedicati rendevano facile la ricerca e la catalogazione per nome e professione, amplificando così l’esposizione e l’umiliazione pubblica delle vittime.

Numerose esponenti politiche e figure pubbliche hanno scoperto di essere presenti nei cataloghi del forum: tra i nomi citati dalle cronache figurano Giorgia Meloni, Elly Schlein, Alessandra Moretti, Valeria Campagna, Lia Quartapelle e altre, che hanno annunciato querele individuali e in alcuni casi valutano azioni collettive.

Accanto alle politiche sono emerse centinaia di denunce da donne comuni, influencer, attrici e professioniste che hanno raccontato lo stesso schema di violazione. La mole di segnalazioni ha spinto la Polizia Postale ad aprire attività investigative volte all’identificazione degli autori e dei gestori del sito.

Esperte e attiviste sostengono che l’attuale impianto legislativo italiano — pur avendo introdotto il reato di condivisione non consensuale di materiale intimo (il cosiddetto revenge porn) — resta insufficiente quando la violenza si organizza in archivi pubblici, in deepfake porn o in pratiche diffuse da gruppi e forum: la prova del dolo, la tracciabilità degli autori e la tutela specifica contro contenuti falsificati dall’intelligenza artificiale sono questioni aperte.

Sul caso è intervenuta anche la ministra per la Famiglia, Eugenia Roccella, che ha assicurato l’impegno del governo per “potenziare iniziative specifiche” di monitoraggio, segnalazione e contrasto a queste forme di violenza digitale, annunciando un rafforzamento degli strumenti di tutela e della formazione su segnali e comportamenti a rischio.

Le donne della politica sono unite nella battaglia per contrastare queste violenze e il ministro Eugenio Roccella, per il governo, ha annunciato «iniziative specifiche per il monitoraggio di situazioni di questo tipo, la segnalazione alle autorità competenti a cominciare dalla magistratura e l’individuazione degli strumenti più efficaci per il contrasto di questa barbarie del terzo millennio. La rete non si trasformi in un luogo di sopraffazione e mancanza di rispetto».

Una necessità d’intervento anche a livello europeo, segnalata dal commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni Massimiliano Capitanio: “Questa vicenda conferma, ancora una volta, quanto sia urgente un intervento multilivello. L’azione della Polizia postale è un segnale concreto, ma restano sul tavolo questioni rilevanti: la tutela del diritto d’autore, la protezione dei minori, la responsabilità delle piattaforme che lucrano sulla condivisione di contenuti illeciti. Senza dimenticare le nuove tutele introdotte dal Regolamento europeo sui servizi digitali (DSA), che ribadisce un principio semplice ma fondamentale: ciò che è illegale offline lo è anche online”

«Sono disgustata da ciò che è accaduto, e voglio rivolgere la mia solidarietà e vicinanza a tutte le donne che sono state offese, insultate, violate nell’intimità dai gestori di questo forum e dai suoi “utenti”». Giorgia Meloni interviene dalle colonne del Corriere della Sera sul caso del forum “Phica”, scoperto e chiuso dopo le denunce di foto rubate e spesso anche manipolate di donne politiche e non solo, esposte a commenti osceni di ogni tipo. «È avvilente constatare che nel 2025 ci sia ancora chi consideri normale e legittimo calpestare la dignità di una donna e farne oggetto di insulti sessisti e volgari, nascondendosi per di più dietro l’anonimato o una tastiera», dice la presidente del Consiglio, finita suo malgrado insieme a tante colleghe e non solo in pasto ai guardoni del web. Intanto emergono dettagli sulla società che era dietro al forum e che a fronte di un capitale sociale irrisorio ha fruttato  guadagni  milionari.

La premier, che ha ricordato il reato di revenge porn, ha spiegato di confidare «nelle autorità competenti affinché i responsabili siano individuati nel più breve tempo possibile e sanzionati con la massima fermezza, senza sconti». La presidente del Consiglio poi ha rivolto un appello alla consapevolezza sullo slittamento cui si sta assistendo, per cui certi contenuti intimi non vengono più diffusi solo per “vendetta” e che anche quelli considerati innocui possono trasformarsi «nelle mani sbagliate in un’arma terribile». «La protezione dei nostri dati e della nostra privacy è sempre più decisiva nel nostro tempo», ha chiarito, ma «la responsabilità personale, l’educazione digitale e l’uso consapevole della rete e degli strumenti digitali, la segnalazione immediata alla Polizia postale e al Garante della privacy — quando si ha il sospetto di essere vittime di una diffusione illecita — sono le migliori difese a disposizione per tutelare noi stessi e chi abbiamo intorno a noi».

Intanto, dopo la chiusura spontanea, dal forum porno rivendica di aver «sempre collaborato con le forze dell’ordine», facendo riferimento anche al procuratore antimafia Raffaele Cantone che,  però, ha categoricamente smentito: «Sono sorpreso, lo sto apprendendo da voi adesso».

Ma c’è un altro aspetto di questa vicenda che finora è rimasto in secondo piano: il tornaconto economico che c’è dietro questo tipo di realtà. Ad accendere i riflettori su questo è oggi Repubblica, con un’inchiesta da Eugenia Nicolosi, che dà conto del lavoro di due analisti di intelligence, Valerio Lilli e Lorenzo Romani. Dalle loro indagini è emerso che dietro vi sarebbe una società con sede in Bulgaria, classificata come “servizi di consulenza”, della quale è amministratore unico e proprietario un italiano, R. M., attualmente non ritenuto penalmente responsabile per le condivisioni. La ricostruzione non è stata semplice e ha dovuto scandagliare un intricato sistema di indirizzi web e di “scatole cinesi”, ma ha portato all’emersione di un dato estremamente significativo: la società ha un capitale sociale di 50 euro, ma ha dichiarato guadagni per 1,3 milioni.

Circa Roberto Cristiano

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