Donald Trump senza più limiti: l’uso politico della disumanizzazione

Nell’ennesima escalation retorica che attraversa la politica statunitense, la rappresentazione dell’ex presidente Barack Obama e di Michelle Obama come scimmie segna un salto di qualità nel degrado del discorso pubblico, perché non si tratta soltanto di un insulto ma di un dispositivo simbolico preciso, storicamente radicato nella propaganda razzista e utilizzato per negare dignità, cittadinanza e legittimità politica agli avversari. La scelta di ricorrere a un’immagine così violenta non è un incidente comunicativo ma un tassello coerente di una strategia che punta a polarizzare, mobilitare e radicalizzare, trasformando il conflitto politico in un conflitto identitario in cui l’avversario non è più un concorrente democratico ma un nemico da delegittimare. L’episodio si inserisce in un contesto in cui la comunicazione politica statunitense ha progressivamente normalizzato forme di aggressione simbolica un tempo considerate inaccettabili, e la loro ripetizione sistematica produce un effetto cumulativo: sposta il perimetro del dicibile, anestetizza l’opinione pubblica, rende plausibile ciò che fino a pochi anni fa sarebbe stato inconcepibile. La rappresentazione disumanizzante degli Obama non colpisce solo due figure pubbliche ma un’intera comunità che vede riattivarsi stereotipi secolari, e il fatto che tali immagini circolino in un ecosistema mediatico iperpolarizzato amplifica la loro capacità di penetrazione, trasformandole in strumenti di lotta politica più che in semplici provocazioni. In questo quadro, la questione non riguarda soltanto la responsabilità individuale di chi diffonde tali contenuti, ma il rischio sistemico che deriva dalla loro normalizzazione: quando la disumanizzazione entra nel repertorio ordinario della comunicazione politica, la democrazia stessa si indebolisce perché perde il presupposto minimo della competizione civile, cioè il riconoscimento reciproco tra avversari. La vicenda degli Obama rappresentati come scimmie è dunque un segnale d’allarme che va oltre la cronaca e interroga la capacità delle istituzioni, dei media e della società civile di reagire a una deriva che non è episodica ma strutturale, e che rischia di trasformare il conflitto politico in un terreno sempre più tossico, dove la violenza simbolica prepara il terreno a forme di violenza più concrete.

Andrea Viscardi

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