Discutiamo con Gianni Nappa, ideatore e realizzatore, di ‘Arteperformingfestival’ che si terrà a Napoli per la seconda edizione in Castel dell’Ovo

Progetto Italia News è un media partner di ‘Arteperformingfestival’ ideato e realizzato dal curatore e critico d’arte Gianni Nappa. Presentiamo in questo articolo il festival con il suo ideatore.

Artperformingfestival nasce nel 2015 dall’idea di Nappa tesa a  realizzare un contenitore delle arti performative,   visuali e contemporanee  a Napoli.

L’arte vista dal basso  con la costruzione di una rete tra operatori, spazi, luoghi, Enti, istituzioni e associazioni per fornire la città di un appuntamento annuale  che sappia esprimere ancora il valore dell’opera d’arte fuori dalle logiche speculative del mercato cresciuto negli ultimi venti anni.

Mercato che si esprime senza attenzione alle ‘spinte dal basso’ di una creatività che nell’area mediterranea del sud del mondo paga il dazio di un indotto industriale ed espositivo che si  fonda esclusivamente sull’individualità e sul profitto sicuro.

Gianni  Nappa nasce  a Napoli e si diploma in  ‘Maestro d’Arte’ in pittura all’Istituto Statale d’Arte Palizzi di Napoli. Successivamente si laurea in Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Si occupa di arte per passione e studia storia dell’Arte da una ventina d’anni, dipinge, fotografa e scrive. Per anni lavora come scenografo per vari spettacoli teatrali, oltre agli allestimenti di palchi e scene. Presenta gli artisti da più di un quindicennio attraverso   recensioni,  e da sempre lavora per inserire Napoli nel circuito dell’arte contemporanea mondiale, senza che  le gallerie debbano   emigrare a Milano  lasciando a Napoli esclusivamente le dependance.

L’Arte si esprime in Italia, e particolarmente a Milano, attraverso  un giro di poteri che fanno quadrato come lobbies e nulla lasciano alle start up di manifestazioni artistiche.

Nappa ricorre alla forma artistica di condivisione per eccellenza: la performance, ove un’opera da pura diventa contaminata e, quindi, attuale e contemporanea.  L’artista, oggi, non può definirsi tale se non instaura una relazione attiva con l’altro, che di fatto, presuppone una contaminazione.  Eppure, nel momento in cui questa contaminazione  si stabilisce rende possibile l’espansione della  libertà che genera   inquietudine. Si è ad un bivio:  solitudine e/o creatività. La creatività esprime, sia ben chiaro, la libertà di poter raggiungere una  bellezza ‘oggettiva’ e, quindi,  ‘universale’. Una creatività che, oggi, può manifestarsi solo attraverso la contaminazione. La solitudine dell’artista è, nel mondo contemporaneo, un relitto della storia.

L’arte contemporanea si muove su linguaggi spesso poco compresi da tutti, ed è per questo che Nappa ha ideato un festival che offre una vera condivisione con gli spettatori offendo la possibilità di portare per strada, e nei luoghi storici,  il linguaggio dell’arte e del corpo. La prima edizione ha visto oltre 5.000 persone partecipare tra mostre e performance in vari luoghi della città. Nappa è molto attivo anche nel medium televisivo dove presenta artisti contemporanei.

La prima edizione di Arteperformingfestival si è svolta  dal 18 giugno al 18 luglio 2016,    la seconda parte  dal 7 luglio al 7 agosto 2017 da Castel dell’Ovo della città metropolitana di Napoli.

L’aspetto turistico di ‘Arteperforminfestival’ è parte del progetto perchè il festival delle performances si sviluppa nei luoghi e palazzi storici della città, mettendo così operatori turistici,  ed imprese dell’accoglienza,  nella condizione di creare sviluppo,  accogliendo in città chi la deve scoprire per riportarne il racconto di città viva, sempre pronta a produrre ed a sposare i nuovi arrivati come cittadini del mondo. Cittadini del mondo che saranno poi ambasciatori della bellezza e della capacità progettuale della capitale del sud.

 Quest’anno organizza per la seconda volta a Napoli ‘Arteperformingfestival’ per portare alla luce artisti emergenti, e di valore, e artisti non ancora noti per rilanciare l’area mediterranea. Qual’è lo scopo primo ed il fine ultimo del Festival?

 Creare a Napoli e nel meridione un contenitore che sappia offrire una vetrina di livello qualitativo per quanti ancora non hanno trovato una strada definita nel mercato dell’arte; ma anche e soprattutto per le performance d’arte che a Napoli trovano una naturale sistemazione nella stratificazione storica e millenaria.

 

 Qual è il fil rouge che lega la scelta degli artisti? Perché e per come sono stati scelti gli artisti che espongono?

 La scelta è stata dettata dalla qualità che ognuno di loro esprime in opere che sono interpreti dello stato attuale della società, e quindi del loro operare nell’arte con la capacità della téchne e di una condizione già proiettata al futuro.

 

 Osserviamo il tutto da un punto di vista ontico ed ontologico. Lei offre, in termini di arte,   un contributo  alla città di Napoli. In che modo il festival può essere utile alla città?

L’aspetto ontico è di essere cartina leggibile di una condizione mondiale attraverso le opere esposte e le azioni performative, come sintesi di un pensiero globale non totalizzante ma offerto a tutti come spinta al miglioramento; l’ontologico concerne il format pensato per una continuità che sappia affermarsi nel panorama internazionale dell’arte contemporanea.

Parliamo di arte,   di collezionisti e di ‘mercanti di arte’. Mi spiega le linee di demarcazione esistenti tra queste diverse rappresentazioni nel modo e nel sistema di fare arte?

C’è da fare un distinguo rispetto alla visione di un mercato che offre possibilità a tutti, ed uno che solo in forma apicale sceglie un aspetto altamente speculativo che non contempla per forza la qualità. Il format vuole proprio riflettere sulle performances che non si possono acquistare e quindi forma dell’arte che non prevede mercato, e quello delle opere che io come curatore cerco di selezionare proprio per ricompattare offerta e richiesta per una nuova generazione di collezionisti che proprio nell’arte emergente potranno trovare opportunità di costruire collezione, basandosi però su una scelta curatoriale che spinge verso una presenza nelle mostre di opere e non prodotti finanziari sicuri.

Perché c’è una articolazione e suddivisione in step operativi? Qual’è la loro funzione?

Questo è dovuto alla mancanza di una programmazione assecondata da aspetti finanziari solidi, e quindi gli step sono dettati dalla continua ricerca di supporti tecnici e finanziari che senza l’apporto istituzionale devono recuperare tra i privati le sostanze e soluzioni organizzative che daranno al Festival il miglior vestito.

Io credo che sia finito, per citare Gustave Maureau e Oscar Wilde, il tempo  dell’Arte per l’Arte, che rappresentava una tendenza del decadentismo.  Il principio fondamentale dell’arte per il gusto dell’arte consisteva nel vedere l’arte come rappresentazione di sé stessa, possedente una vita indipendente proprio come il pensiero, che procede solo per le sue vie. Nel momento in cui l’arte rinuncia alla fantasia per la realtà, rinuncia a sé stessa. Si parlava un tempo di estetismo e l’esteta aveva orrore della vita comune, della volgarità borghese, di una società dominata dall’interesse materiale e dal profitto, e si isolava in una Torre d’avorio, in una sdegnosa solitudine circondato solo da arte e bellezza. Lei ha parlato, in un’intervista, che l’arte contemporanea non può essere succube di una scelta superiore istituzionale e delle caste. Mi dà una risposta chiara a questa mia domanda?

L’estetica risiede nell’equa visione fuori dalle logiche di partito, fuori dalle massonerie corporative, fuori dagli imbrogli finanziari virtuali, fuori dai salotti di convenienza e soprattutto fuori da un Festival che proprio nell’autonomia dei curatori e dell’impianto stesso dell’organizzazione, sceglie una bellezza di contenuti e come mission una proposta condivisibile di rete tra operatori in una città, Napoli, che ha visto emigrare i galleristi, ha visto opere a cielo aperto di un quotidiano che seppur grande intuizione degli anni novanta, segna il passo con un offerta culturale ampia, ma che nell’arte è frammentata e senza linee guide progettuali  sappia essere bellezza per tutti.

 Lei presenta anche a Castel dell’Ovo  due opere della principessa Beatrice Feo Filangieri, creatrice del ‘Pop Art Barocco’. Io ho intervistato in precedenza Beatrice che mi diceva che il termine ‘Pop Art Barocco’ era stato coniato  da Philippe Daverio, mentre mi risulta che lo abbia coniato Lei. Dov’è la verità?

La verità è nelle opere di Beatrice, per la loro capacità di essere colte e popolari, bellissime ed intense, pregne della visione contemporanea, ma risplendenti della grandeur della storia e dei personaggi che l’hanno scritta soprattutto nel sud d’Italia, dove il Barocco meridionale è stato dimenticato anche da Argan nei suoi libri di testo. Quando Beatrice Feo Filangeri aveva già partecipato al premio Michetti, dove Daverio la aveva inserita nei ‘Barocchi’, io coniai per la sua opera ‘Agnello di Dio’ il termine Pop Barocco a definire un movimento d’arte contemporanea che sapesse proporre la storia attraverso i suoi protagonisti storici, e che desse al sud la dimensione meritata.

 Mi spiega il ruolo reale del curatore d’arte? Le è chiaro che un artista ha due strade: affidarsi ad un gallerista che se accetta le opere per proporle al mercato tiene per se alcune opere, ed in caso di vendita, volendo essere buoni, trattiene il 40% degli incassi. Seconda strada è partecipare ad ‘una collettiva’. Terza strada proporre una ‘personale’. Tutti i costi cadono sull’artista, fatte salve le occasioni in cui si trovano sponsor, o Enti pubblici, come Comuni e Regioni, che si fanno carico dei costi. Questo è, in sintesi, la promozione dell’arte e degli artisti in Italia. Mi chiarisce il Suo modo di proporsi agli Enti ed agli artisti?

Il mio essere curatore è figlio di una visione da ‘Talent scout’, sempre dedicato alla scoperta di artisti sconosciuti e giovani, e certamente non avendo finanziarie alle spalle e collezionisti, in un momento come questo dove la speculazione rende speculativi anche gli operatori che pretendono che l’investimento lo facciano gli artisti e non gli imprenditori galleristi che possono essere ritenuti tali solo se animati da una cultura d’impresa. Molti sono quelli che s’improvvisano per opportunismo di luoghi istituzionali concessi senza nessun controllo del background da chi concede. Certamente non è un periodo felice in questo mondo di povertà intellettuale dove l’adesione a modelli imperanti dettati dalla politica non favoriscono certamente gli investimenti in arte.

Lei è stato definito un ‘futurista dell’anima’. Sposa questa definizione?

Sì.

 Il significato della realizzazione del festival in crowdfunding

Una opportunità di libera donazione per chi nel progetto vede un senso di condivisibilità.

Roberto Cristiano

 

 

 

 

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