Direzione Pd e MatteoRenzi: nel 2015 ci attendono sfide importanti

Dodici giorni per tenere aperto il confronto “con tutti”, attraverso contatti e consultazioni formali. Poi la sera del 28 o la mattina del 29 gennaio, poche ore prima che si inizi a votare, Matteo Renzi consegnerà all’assemblea dei grandi elettori del Pd il nome su cui avrà deciso di puntare per il Quirinale. E a quel punto, avverte il segretario-premier, “se qualcuno si chiama fuori faremo senza di lui”. Nessuno è escluso in partenza, neanche i 5 Stelle. Ma nella partita della successione a Napolitano è il Pd a dare le carte. E Renzi apre ufficialmente il gioco, indicando ai membri della direzione dem il metodo che intende seguire. Nei prossimi giorni, però, al Parlamento non si deve bloccare la riforma costituzionale e la legge elettorale, e queste vanno approvate prima che si aprano le danze per il Colle. Sul punto Renzi non molla di un millimetro. Non concede la sospensione richiesta dall’opposizione e da parte di Forza Italia: “La loro casa è la paura, il loro alleato lo status quo, il loro sogno la palude”, dichiara, arrivando a bollare Renato Brunetta come “il re dei fannulloni”. E non concede alla minoranza Pd nessuna apertura sulla modifica del meccanismo dei capilista nell’Italicum, sostenendo che “non sono bloccati”. Un atteggiamento che, denunciano i bersaniani, rischia di portare a una “drammatica spaccatura del Pd al Senato” e di certo non aiuta a rasserenare il clima tra i grandi elettori. Nel cammino che porterà alle elezioni nel 2018, spiega Renzi, questo mese di gennaio 2015 è decisivo. L’elezione del nuovo presidente della Repubblica è una prova di responsabilità per il Pd. Dopo il terremoto dei 101 franchi tiratori del 2013, dice Renzi ai membri della direzione, tra cui Pier Luigi Bersani, è arrivata l’occasione di recuperare l’orgoglio. Sapendo che al Pd gli elettori darebbero la colpa di un eventuale nuovo fallimento. Perciò un buon metodo è un viatico per non fallire il colpo, osserva Renzi. Che, dopo aver citato a modello la forza tranquilla di Mitterand, convoca la direzione in modo permanente e investe delle consultazioni una delegazione fatta dai capigruppo Speranza e Zanda, i vicesegretari Guerini e Serracchiani e il presidente Orfini. Nelle prossime settimane, assicura il premier, ci sarà un dialogo con tutti gli altri partiti: “Niente ironie, niente demagogie, coinvolgeremo tutti”. Si partirà dalla maggioranza e si parlerà con Forza Italia. Ma l’invito è anche ai 5 Stelle a cogliere l’occasione di stare al tavolo. L’obiettivo è assicurare al Paese un presidente che sia arbitro rigoroso: non una bandierina ma un punto di riferimento per tutti. Dunque, assicura Renzi, non sarà lui da solo a sceglierlo. Entro 24 ore dalla prima votazione del 29 gennaio, sarà però lui a comunicare un nome ai grandi elettori dem riuniti in assemblea. Quel nome, ripete più di una volta, nascerà da una condivisione. Sul metodo su cui nessuno trova qualcosa da ridire, nella minoranza dem. Che si mostra preoccupata piuttosto dal clima nel quale ci si ritroverà a votare tra due settimane. Nello scarno dibattito in direzione Zoggia e Pollastrini invitano Renzi a non additare futuri franchi tiratori e non fare liste di fedelissimi e possibili traditori. Ma soprattutto, ci si mostra preoccupati del tema delle riforme e del fisco. Stefano Fassina torna a chiedere a Renzi di sgombrare il campo da un macigno come il possibile conflitto di interessi pro-Berlusconi che si annida nel decreto fiscale. E Alfredo D’Attorre lo avverte che se non cambia i capilista bloccati nell’Italicum rischia una spaccatura del gruppo al Senato. Intanto, dalla corsa per il Quirinale, per la quale si rincorrono i nomi di Mattarella e Amato, Veltroni e Fassino, ma anche Visco e Padoan, si tirano fuori Franco Marini e Raffaele Cantone ma anche Dario Fo. Anche Romano Prodi si sottrae alla mischia: “Non voglio più essere in mezzo a queste tensioni e a questi problemi”.

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