Roma, 8 febbraio – Presso il Teatro Spazio Diamante è andato in scena lo spettacolo “Dio c’è”, scritto, diretto e interpretato da Danilo Meriano, con Daniele Miglio e Patrick Pistolesi. Le musiche dal vivo sono state affidate a Erik Martinez alla chitarra ed Elena Sofia Girardi alla voce, con la partecipazione di Francesco Venditti.
Liberamente ispirata ad “Aspettando Godot” di Samuel Beckett, l’opera affronta con intensità e sensibilità temi profondamente attuali come la solitudine, il bisogno di relazione, la spiritualità e le diverse forme di dipendenza che caratterizzano la società contemporanea.
Lo spettacolo si apre con una suggestiva interpretazione di “What a Wonderful World” di Louis Armstrong. La voce di Elena Sofia Girardi e la chitarra di Erik Martinez creano un’atmosfera intensa e coinvolgente, mentre sullo sfondo scorrono immagini della natura alternate a scene di guerre, fame e tragedie contemporanee, sottolineando il forte contrasto tra la bellezza del mondo e le sue contraddizioni.
La narrazione prende forma sulle note di “Summertime” di George Gershwin, accompagnata da una voce narrante che richiama l’innocenza dell’infanzia e la serenità che nasce dall’essere protetti dagli affetti e immersi nella natura.
Al centro della storia vi è il dialogo tra due senzatetto che condividono difficoltà materiali ed esistenziali. Il loro confronto, fatto di litigi e momenti di profonda complicità, evidenzia il bisogno umano di relazione e sostegno reciproco. Tra i due spicca la figura di “Legno”, personaggio che attraverso riflessioni e racconti affronta il tema dell’attesa, richiamando esplicitamente l’opera beckettiana.
Secondo la visione proposta nello spettacolo, ogni individuo è destinato a incontrare qualcuno con cui condividere un percorso. Il tempo, suggerisce il testo, sembra ripetersi in cicli continui, mentre la memoria diventa un cerchio che si chiude su sé stesso, lasciando poco spazio a nuove esperienze.
La componente musicale accompagna l’intero spettacolo, alternando momenti di leggerezza, come l’accenno a “Blue Suede Shoes” di Carl Perkins, a interpretazioni più intense come “Bang Bang” di Sonny Bono e “Creep” dei Radiohead.
Particolarmente significativa è la riflessione sulle dipendenze, affrontate in senso ampio. Lo spettacolo mette in parallelo l’uso di sostanze stupefacenti con altre forme di dipendenza contemporanea, come quelle legate ai social network, alla tecnologia, alla religione e al consumismo, evidenziando come queste possano influenzare profondamente la vita quotidiana.
Uno dei momenti più toccanti è il monologo che invita a costruire relazioni basate sulla fiducia e sul rispetto, sottolineando come la violenza possa manifestarsi in ogni contesto, reale o virtuale.
Il finale, accompagnato dalle note di “The Great Gig in the Sky”, propone una riflessione simbolica attraverso la scritta “Dio c’è”. L’espressione assume un doppio significato: da una parte rappresenta la speranza e la presenza di un Dio misericordioso, dall’altra richiama un messaggio legato alla cultura delle dipendenze, dove la stessa frase indicava in passato la presenza di spacciatori nei pressi degli autogrill.
Lo spettacolo si distingue per la capacità di fondere teatro, musica e riflessione sociale, offrendo al pubblico un’esperienza intensa e coinvolgente che invita a interrogarsi sul senso dell’esistenza e sulle fragilità dell’essere umano.
Marco Zucchi
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