Una serata vibrante tra groove, improvvisazione e omaggi alle grandi del passato, in un quartetto tutto al femminile che trasforma la musica in dialogo collettivo.
Milano, 5 novembre 2025.
Quando Nick The Nightfly annuncia il nome di Dee DeeBridgewater, il Blue Note esplode in un applauso lungo e caloroso. La diva del jazz entra con passo sicuro, un sorriso luminoso e quella naturale eleganza che appartiene solo a chi vive la musica da una vita. Prima ancora di cantare, saluta il pubblico e presenta la sua band: un quartetto tutto al femminile, dove complicità e talento emergono in ogni nota.
Il viaggio parte con People Make the World Go Round, che Dee Dee plasma con il suo scat potente e imprevedibile. L’energia che scaturisce dal palco è contagiosa, e il dialogo musicale con la contrabbassista Rosa Brunello diventa subito un piccolo duetto nel duetto: due donne che si sfidano e si ascoltano, tra ritmo e ironia.
Con The Danger Zone, seduta su uno sgabello alto e armata di un ventaglio nero, la Bridgewater veste i panni della storyteller blues. Oscilla tra teatralità e intimità, tra ironia e sensualità, mentre la sala trattiene il fiato seguendo ogni sussurro e vibrazione.

Poi il contrabbasso introduce lentamente Tryin’ Times (1973): un brano che cresce come un respiro profondo, dove la voce di Dee Dee racconta più che cantare, scavando nei significati sociali e umani di un’epoca.
Il momento più denso arriva con Mississippi Goddam, il potente inno di Nina Simone. Bridgewater lo presenta ricordando la genesi del brano e il coraggio di chi lo scrisse: “una vera attivista”, dice. Poi lo canta con passione e rabbia controllata, trasformando il palco in un atto di memoria civile.
La tensione si scioglie in spiritualità con I Wish I Knew How It Would Feel to Be Free, aperta da un’introduzione di pianoforte di Carmen Staaf. La pianista cesella note come preghiere, mentre la voce di Dee Dee sale limpida, piena di speranza.
Con Throw It Away, tributo ad Abbey Lincoln, la cantante guida il pubblico verso un’atmosfera sospesa: un canto dolce e sussurrato che diventa corale quando invita tutti a unirsi a lei nel ritornello. È il cuore emotivo del concerto — un istante di comunione pura.
Poi spazio alla batterista francese Julie Saury, che infiamma la sala con un solo vibrante e pieno di sfumature, tra leggerezza e potenza. Il ritmo sfocia in un Gotta Serve Somebody di Bob Dylan, reso con groove e ironia, tra accenti gospel e un’energia irresistibile.

Il pubblico non vuole lasciarla andare, e per il bis arriva Compared to What: un classico di protesta scritto da Gene McDaniels, che Dee Dee trasforma in un’esplosione di ritmo e libertà. È un finale incendiario, con la band al massimo dell’intesa e il pubblico in piedi, travolto dall’entusiasmo.
Alla fine restano applausi, sorrisi e quella sensazione rara di aver assistito a qualcosa di più di un concerto: un dialogo tra donne, generazioni e storie diverse, unite dallo stesso linguaggio universale.
A settantacinque anni, Dee Dee Bridgewater resta una forza della natura. La sua voce non è solo tecnica, ma emozione pura: attraversa registri, stati d’animo, ricordi. Ogni brano diventa racconto, ogni pausa è teatro, ogni nota un gesto di libertà.

Il suo quartetto tutto al femminile — Carmen Staaf, Rosa Brunello e Julie Saury — non la accompagna semplicemente: la amplifica, la provoca, la sostiene. Tra loro c’è un’intesa palpabile, fatta di ascolto reciproco e di rispetto, che restituisce al jazz la sua natura più vera: il dialogo.
Bridgewater dimostra che si può essere maestre del jazz senza smettere di essere curiose, ironiche, profondamente umane. Con generosità e carisma, trasforma il concerto in un rito collettivo di libertà e gratitudine.
Più che una leggenda, è una narratrice del presente: una donna che continua a reinventarsi, a sorprendere e a commuovere, ricordandoci che il jazz, come la vita, non smette mai di respirare.
Scaletta del concerto
Encore: Compared to What
Line-up – Dee Dee Bridgewater Quartet
Roberto Buono
ProgettoItaliaNews Piccoli dettagli, grandi notizie.
