Dall’Impero all’Urss, le moto storiche della Russia

Si sente parlare sempre più spesso e con preoccupazione di risorse enegetiche, specialmente di quelle distribuite all’Occidente dalla Russia. Ma se dalle immense steppe provengono la maggior parte delle preziose materie prime con cui alimentiamo tutte le nostre attività, i numeri che riguardano mezzi di locomozione di produzione russa che circolano nei nostri stati, sono relativi e se si pensa alle moto, quasi inesistenti.

Eppure, nonostante questa storica tendenza, fin dai tempi dell’antico Impero Russo e la successiva Unione Sovietica, l’industria oltre cortina ha avuto un’attività di invidiabili proporzioni e non inferiore alle più famose aziende del settore motociclistico. Ma quali sono le maggiori moto russe? Nel fare un excursus dei più importanti marchi in questione, è utile capire com’è nata quest’industria, per tanti anni, parallela al mercato principale.

La nascita del mito

Nel 1893 a Khodynka, nord ovest di Mosca, un certo Julius Alexandrovich Meller aprì una piccola fabbrica di biciclette che entro la fine del secolo, passò dalle 150 unità del primo anno alle 1000 bici prodotte. Come stava accadendo in Francia, Germania, Gran Bretagna e Bohemia, quando Meller si trasferì nel centro della capitale, fondò la società per azioni “Dux”, avviando la produzione di vere e proprie motociclette.

Nel nuovo stabilimento che copriva un’area di circa ottocento metri quadrati, Meller affidò la direzione tecnica all’ingegnere Alexander Basilevsky e oltre a bici e moto, si producevano tricicli a motore e automobili con propulsori a vapore, elettrici e a benzina. Uno dei successi di questa catena era la versione a benzina della vettura americana Oldsmobile “Curved Dash”, fabbricata su licenza.

La strategia vincente era replicare prodotti di successo stranieri, su concessione ufficiale per poi crescere gradualmente con pezzi originali realizzati dallo stabilimento. Con intuito, una delle più valide repliche derivava dalla marca Moto Rêve di Ginevra, con cui Meller si era accordato e la cui versione bicilindrica a V di 60° longitudinale di 274 cc. veniva riproposta anche in Inghilterra dalla Norton.

Putin alla guida di un sidecar Ural

Tra le guerre

La storia di Dux e della sua nascita, partendo piccola fabbrica di Khodynka, sa di leggenda e pionierismo, ma quali altri marchi fanno parte della storia del motociclismo russo? Negli anni ’20, una delle moto di maggior successo era l’IZH, progenitrice della Lada Izhevsk, conosciuta per alcuni modelli di auto vendute anche da noi. IZH fu la prima moto sportiva russa esportata soprattutto in Inghilterra e nei Paesi Bassi, dov’era molto richiesta.

Dal 1958, questa azienda diventata nel tempo una fabbrica di auto, e produceva prima su base Ural M72 (sidecar) e dal 1965, vetture in collaborazione con la francese Renault, suo principale appaltatore. Nel 2008, la costruzione di moto è cessata definitivamente e i modelli IZH sono passati alla Kalashnikov, che si è dedicata alla produzione di una moto pesante utilizzata dalla scorta del corteo presidenziale, in grado di raggiungere i 100 Km/h in 3,5 secondi e una velocità di punta dei 200.

Il successo viene dagli Urali

Tra le più conosciute e apprezzate marche c’è sicuramente la Ural, che tra gli illustri estimatori annovera l’attore hollywoodiano Brad Pitt. La storia di questo marchio comincia nel 1939 quando l’Unione Sovietica si rese conto che la mobilità, non solo del popolo, ma in virtù della guerra imminente, avrebbe avuto un’importanza strategica. Come accadeva ai tempi di Meller, anche in questo caso si replicavano i modelli migliori costruiti più a ovest e in questa fase ebbe un ruolo importante l’accordo Molotov-von Ribbentrop, che sanciva la fornitura di tecnologie tedesche all’U.R.S.S.

L’invasione nazista della Russia nel 1941, costrinse la fabbrica a spostarsi più ad est, nell’area dei monti Urali da cui prese definitivamente il nome che tutti conosciamo (per il mercato interno si chiama ancora IMZ). Con i progetti e l’acquisto di alcune BMW R71, Ural avviò la costruzione dell’M-72, il sidecar equipaggiato da motore bicilindrico boxer, cambio a quattro marce, trasmissione ad albero e retromarcia.

Il marchio consolidato

Dopo la guerra, negli anni ’50, la sua popolarità crebbe costantemente, dedicandosi alla produzione civile di modelli considerati robusti, affidabili ed economici, diventando un “must” del genere sidecar. Per motivi di sicurezza e omologazione, solo alle forze dell’ordine e su esplicita richiesta, viene fornita la versione motociclistica senza la carrozzina laterale. Salvo gli ultimi avvicendamenti economici dovuti alle sanzioni, la produzione di IMZ ha registrato una crescita che gli dovrebbe garantire un futuro roseo.

Qualcosa di attuale

Per concludere questa breve panoramica su ciò che riguarda la moto russa, qualcosa di attuale si sta muovendo. Se i sovietici furono bravi a proporre la loro versione delle tedesche BMW e Zundapp a scopo bellico, anche la Cina può insegnare come si trae ispirazione dagli altri per creare qualcosa di utile e funzionale. Con l’acquisizione della pesarese Benelli, i cinesi si sono assicurati non solo un nome storico, ma anche l’eleganza e lo stile che caratterizza la produzione italiana.

La Benelli BN 302, da poco uscita dal listino dell’azienda, è una naked dotata di tutti i tratti estetici delle maggiori case italiane come Ducati o MV Agusta. Il telaio a traliccio e altri dettagli sono ormai il simbolo costruttivo delle moto più stilose del belpaese. A beneficiare di questo progetto è stata la Stels Velomotors, azienda russa specializzata in quad, che ripropone per il mercato interno la Stels Benelli 300 dei cinesi.

Una scelta vincente e alquanto curiosa che offre al motociclista meno esperto, di muoversi in città e fuori, con un mezzo che poco somiglia alle imitazioni delle case giapponesi e si presenta come originale moto di tendenza. La curiosità è data dal fatto che i possessori della BN 302, ormai facente parte del mercato dell’usato, possono usufruire della ricambistica del modello russo-cinese, per la loro moto originale.

Da Alex Ricci

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