“Cronaca a teatro”, Giovanna Cucè racconta la storia di Claudio Domino, ucciso dalla mafia a soli 11 anni

La sera di venerdì 13 febbraio sono tornata negli spazi di Binario 30, in via Giolitti a Roma, per un nuovo appuntamento della rassegna “Cronaca a teatro”, il format che trasforma la cronaca nera in racconto civile. A guidare il pubblico, ancora una volta, è stata Giovanna Cucè, volto del TG1, che con rigore giornalistico e tensione narrativa ha ricostruito l’omicidio di Claudio Domino, ucciso a undici anni il 7 ottobre 1986.

Nell’elenco delle raccomandazioni che il padre Ninni aveva fatto al figlio quel giorno, di certo non c’era “stai attento a non farti uccidere”. Claudio viene assassinato nel quartiere San Lorenzo di Palermo, dove, in via Fattori, la famiglia gestisce una cartolibreria.
È un delitto di mafia, ma nessuno riesce a pronunciare quella parola. Non lo si fa durante i funerali, non lo si fa pubblicamente. Il silenzio diventa un secondo omicidio.

Quando il motociclista fugge dopo aver sparato, si zittisce perfino il traffico delle nove di sera. A Palermo non si sparava da otto mesi, dal 10 febbraio 1986, quando Cosa Nostra aveva imposto il silenzio delle armi in vista del maxiprocesso nell’aula bunker dell’Ucciardone. Un silenzio strategico, funzionale a mostrarsi meno feroce davanti allo Stato. Ma quel silenzio si rompe proprio a San Lorenzo, quartiere simbolo del sacco edilizio, un tempo costellato di villini liberty e oggi soffocato dal cemento, dove, racconta Giovanna Cucè, la prima sensazione è la mancanza d’aria.

Ninni, dipendente Sip, e Graziella, anima della cartolibreria, avevano avviato anche due società di pulizie. Con una di queste avevano vinto l’appalto per la pulizia dell’aula bunker, ed è proprio da quell’aula che il boss Giovanni Bontate pronuncia un ambiguo “Noi condanniamo” riferendosi all’omicidio, una prima persona plurale che suona come un’ammissione dell’esistenza della Cupola.

Il 5 dicembre 1986, sempre in via Fattori, scompare Salvatore Graffagnino, detto Totuccio, un caso di “lupara bianca”. Nel suo bar vengono trovati droga e proiettili. Si fa strada l’ipotesi che Claudio possa aver visto qualcosa, diventando un testimone involontario. In seguito saranno uccisi in pieno giorno anche il figlio e il nipote di Totuccio. Secondo il pentito Salvatore Cancemi, la condanna a morte sarebbe stata pronunciata da Salvatore Riina. Ma sull’omicidio di Claudio non comparirà mai un nome nel registro degli indagati.

Un altro capitolo decisivo della narrazione riguarda il 1996. Il boss Luigi Ilardo decide di collaborare e parla, fra gli altri, anche dell’omicidio Domino, evocando responsabilità che supererebbero la sola dimensione mafiosa. Fa il nome di Giovanni Aiello, il poliziotto soprannominato “faccia da mostro”, sospettato di essere vicino tanto a Cosa Nostra quanto a settori deviati dei Servizi. Ilardo verrà ucciso il 10 maggio 1996, cinque giorni prima di entrare nel programma di protezione. Con la sua morte, il possibile collegamento alla sfera istituzionale si interrompe, lasciando solo ombre.

E proprio su un dettaglio si concentra uno dei passaggi più inquietanti del racconto: il bambino testimone dell’omicidio parlò di un ciuffo di capelli biondi che usciva dal casco del killer in moto. Aiello aveva capelli biondi. È un frammento, forse solo una coincidenza. Ma in una storia senza verità giudiziaria, anche i dettagli diventano fenditure nella memoria.

Giovanna Cucè amplia poi lo sguardo, perché Claudio Domino non è un caso isolato. Sono 109 i bambini uccisi dalla mafia, un numero che scuote la platea. Graziella, la madre di Claudio, da anni va nelle scuole a raccontare la storia di suo figlio e degli altri 108 bambini, trasformando il dolore in testimonianza, l’assenza in presenza civile.

La forza di “Cronaca a teatro” sta proprio qui, nel non cedere alla retorica, nel tenere insieme documenti, testimonianze e interrogativi irrisolti. Il “podcast dal vivo” di Giovanna Cucè non offre sentenze, ma responsabilità, restituendo nomi, date, connessioni. E soprattutto restituendo Claudio alla sua dimensione più vera: non un simbolo, ma un bambino.

In un Paese dove troppe verità restano sospese, fare memoria in pubblico diventa un atto politico e nominare ciò che per anni è rimasto indicibile è già, di per sé, una forma di giustizia.

Loredana Margheriti

Circa Loredana Margheriti

Ha un formazione umanistica che affonda le radici nella ricerca documentale. La passione per la musica, in particolare per il canto lirico, accompagna da sempre il suo percorso, ha intrapreso infatti in giovane età lo studio del canto. "Scrivere di arte e spettacolo è per me un modo per restituire emozioni, condividere visioni e dare voce a ciò che l’esperienza estetica accende dentro di noi." Mossa da passione quindi, ed accompagnata da infinita curiosità, collabora con diverse testate digitali, occupandosi soprattutto di recensioni musicali e operistiche, ma racconta spesso anche di eventi culturali, teatrali e d’arte. Attualmente lavora nel restauro di beni culturali monumentali, un’attività che le permette di rimanere in costante dialogo con la bellezza, anche nella sua forma materica.

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