L’ultimo appuntamento stagionale di “Cronaca a Teatro” negli spazi di Binario 30 in via Giolitti a Roma, si chiude con un racconto che è insieme memoria, impegno civile e restituzione storica. La sera di venerdì 10 aprile, il podcast dal vivo di Giovanna Cucé conferma la sua cifra distintiva: sottrarre la cronaca alla velocità del consumo quotidiano per restituirle profondità, tempo e ascolto.
Al centro della serata, la figura di Michela Buscemi.
Quando viene chiamata a testimoniare – “Entri il teste Michela Buscemi” – è la prima donna ad essersi costituita parte civile nel bunker di Palermo dove si celebra il Maxiprocesso a Cosa Nostra. Indossa una giacca nera su una lunga gonna nera, ha 47 anni, tre figli ed è, come suggerisce il racconto, “vestita solo della parola giustizia”.
Quaranta passi, appena quaranta, separano la stanza dei testimoni dalla sedia davanti alla Corte. Un tragitto breve eppure carico di un peso enorme, percorso “armata del suo coraggio”. È il giugno del 1986, Alfonso Giordano presiede la Corte. Alle spalle, per Michela, ci sono due lutti insanabili: i fratelli Salvatore e Rodolfo, il primo ucciso dalla mafia, il secondo inghiottito dalla lupara bianca mentre indagava sull’omicidio del fratello, rapito e fatto scomparire in mare.
La narrazione di Giovanna Cucé non si limita alla cronaca giudiziaria, ma restituisce il clima, la paura, la solitudine. Le minacce alla famiglia, l’isolamento, il costo – anche economico – di una scelta come quella di costituirsi parte civile: perché la volontà, da sola, non basta, soprattutto quando si è poveri.
Il racconto si allarga poi alla dimensione collettiva, riportando alla luce il ruolo fondamentale delle donne nella lotta alla mafia. Le donne di Palermo, le lenzuola bianche esposte dopo la strage di Capaci, il dolore che diventa gesto pubblico dopo la morte di Giovanni Falcone e, poco dopo, di Paolo Borsellino. Le proteste, il digiuno, la richiesta di responsabilità istituzionale. E ancora, il gesto silenzioso e potentissimo di chi sceglie di esserci: come le donne che accompagnarono il feretro di Rita Atria, portandolo a spalla in assenza di un riconoscimento pubblico, voltando le spalle a chi negava dignità a quella storia.
In questo intreccio di vicende, la figura di Michela Buscemi emerge con forza, non solo per il coraggio individuale ma come parte di un movimento più ampio, capace di incrinare il silenzio e costruire una coscienza collettiva.
La forza dello spettacolo sta nella parola. Una parola “lenta”, che non rincorre l’urgenza ma costruisce, stratifica, restituisce. In scena, la cronaca smette di essere notizia e diventa racconto, assumendo una dimensione quasi rituale, capace di coinvolgere il pubblico in modo diretto e senza mediazioni.
Il finale è affidato alle parole della stessa Michela Buscemi. Qualche anno fa ha scritto una poesia in siciliano, la sua lingua che “arriva con più forza nei cuori della gente di Sicilia”. È un canto semplice, ma profondamente politico, un sogno che si fa visione.
“A morti ra mafia”
“L’avutru jornu m’arruspigghiavu, sintennu vucciria.
Subito pinsai: ‘Beddamatri, annavtru ammazzaru’.
M’affacciai tutta scantata e viu un mari ri genti
chi cantava felici e cuntenti.
‘Ma comu, unnu sai? A mafia murìu!’
Pi la cuntintizza, mi misi a sautari e a cantari:
‘Finalmente putemu caminari pi li stradi
senza cchiù viriri morti ammazzati!’
Poi, m’arruspigghiu: era tuttu un sonnu.
Mi taliu ’ntornu: nenti canciò, a mafia è sempre cca.
Però, si nuatri la vulemu,
sta morti si po’ fari.
E macari fra cent’anni,
ma l’avemu a vruiricari!”
Un sogno che si infrange al risveglio, ma che non si spegne. Perché, come suggeriscono quei versi, la fine della mafia non è un evento ma una scelta collettiva, lunga, ostinata.
E proprio qui si misura anche l’impatto dello spettacolo non solo nella ricostruzione dei fatti, ma nella capacità di toccare corde profonde. È difficile restare distanti. L’emozione è concreta, fisica, brividi, commozione, la sensazione di assistere a qualcosa che non è solo racconto, ma testimonianza viva.
In questo contesto, assume un valore ancora più significativo la presenza di uno spazio come quello di Binario 30. Situato a pochi passi dalla Stazione Termini, in un’area troppo spesso liquidata con superficialità come problematica o insicura, questo spazio si afferma invece come un autentico presidio culturale. Un luogo che dimostra quanto sia riduttivo fermarsi agli stereotipi.
Il teatro diventa così un punto di riferimento per il rione Esquilino, capace di restituire complessità e vitalità a un rione attraversato da molteplici identità. La sua esistenza è una ricchezza concreta per chi lo anima, per chi lo frequenta e per una città che ha sempre più bisogno di luoghi in cui la cultura sia anche occasione di crescita civile.
A questo si aggiunge il valore della stagione proposta, che si distingue per un forte impianto etico e civile. “Cronaca a Teatro”, in questo senso, non è soltanto un progetto artistico, ma un gesto che concede spazio a storie che interrogano, che costruiscono memoria e che invitano lo spettatore a non restare indifferente.
Loredana Margheriti
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