Negli spazi raccolti di Binario 30 Teatro, in via Giolitti a Roma, il teatro torna a farsi cronaca e la cronaca memoria viva. Un luogo che, ancora una volta, si conferma capace di accogliere storie complesse senza attenuarne il peso, amplificandone invece la forza attraverso la prossimità, l’ascolto, l’assenza di filtri.
All’interno del progetto di Giovanna Cucè Cronaca a teatro, ciclo di podcast dal vivo, il nuovo incontro è dedicato al femminicidio di Sara Pietrantonio. Un racconto che non cerca l’emozione facile né la ricostruzione spettacolare, ma sceglie la strada più difficile, quella che fa restare dentro i fatti, sostare nella loro crudezza, lasciare che siano le parole, i documenti, le immagini a parlare.
L’inizio della narrazione è affidato al luogo dove è accaduto, via della Magliana e subito dopo alla voce della madre di Sara:
“Purtroppo l’incendio era Sara”.
È da qui che Cucè decide di partire, da una frase che contiene tutto il dolore privato e la violenza pubblica, la perdita e l’orrore, l’impossibilità di separare la cronaca dalla vita.

Sara aveva 22 anni, era una studentessa modello alla facoltà di Economia di Roma Tre, con una passione profonda per la musica, aveva studiato flauto traverso al Conservatorio dell’Aquila e “aveva i capelli color dell’oro”. Dettagli che non servono a costruire un’icona, ma a dare al pubblico una presenza reale, una giovane donna con desideri, studio, talento, prima che una violenza efferata la portasse via.
Come in ogni appuntamento di Cronaca a teatro, la narrazione procede con metodo giornalistico. Giovanna Cucè, giornalista d’inchiesta e volto del Tg1, è una presenza essenziale, laterale e mai invasiva, legge i fatti, li ordina, restituendoli con precisione e misura, lasciando spazio a materiali audio, video, immagini e atti processuali. Il racconto assume così la forma di un’indagine che lentamente conduce la narrazione alla verità, cruda e feroce, al femminicidio.
Sara e Vincenzo Paduano si conoscono in un campo estivo, dove entrambi lavorano come animatori per bambini, lui ha cinque anni più di lei ed è una guardia giurata. La relazione, inizialmente normale, si trasforma progressivamente in controllo, poi in possesso.
Giovanna Cucè racconta questa deriva senza enfasi, mostrando come la violenza non esploda all’improvviso, ma si costruisca nel tempo, attraverso segnali spesso sottovalutati, racconta di uno schema consolidato e conosciuto che purtroppo quando si vive in prima persona si fa sempre fatica ad identificare.
Paduano dapprima mentirà cercando di depistare le indagini, solo a seguito delle verifiche sul gps della sua auto ammetterà in parte la sua responsabilità, non offrendo mai una confessione piena, dirà soltanto: “Sono un mostro”. Ma le parole non bastano a spiegare ciò che emerge dai segni sul corpo di Sara, i segni lasciati dall’uomo che diceva di amarla. Cinque minuti, tanto è durato lo strangolamento.
Uno dei momenti più disturbanti dello spettacolo è l’esposizione del linguaggio giudiziario. Una foto, evidenziata in giallo, mostra le parole degli avvocati di Paduano: “L’imputato mai precluse a Sara di fare le proprie libere scelte. Sicuramente avvertiva una forte gelosia anche paranoica, che lo spingeva a cercare di saper dove e chi fosse Sara ma in nessun modo risulta che l’avesse mai punita o minacciata di farlo per le sue condotte”.
I giudici parlano di “dominio possessorio”, l’amore che si trasforma in sopraffazione, in un progetto di annientamento dell’altro. Sara non riusciva a troncare quella relazione perché aveva paura, una paura reale e fondata di essere uccisa.
Eppure, per la difesa, Sara non era in condizione di minorata difesa, via della Magliana, alle quattro del mattino, sarebbe stata, secondo questa tesi, una strada trafficata. È qui che Cronaca a teatro mostra tutta la sua funzione civile non limitandosi a raccontare, ma mettendo in luce le contraddizioni, le distorsioni, le zone d’ombra di un sistema che spesso sembra chiedere alle vittime di giustificare la propria morte.
La sentenza arriverà, ergastolo in primo grado, poi ridotto a trent’anni. Sarà la Corte di Cassazione, nel 2019, a stabilire che l’ergastolo non può essere ridotto, perché lo stalking è un reato autonomo e non scorporabile.
Una decisione importante, che tuttavia non restituisce una parola fine. Perché una parola fine, come ricorda Giovanna Cucè, non esiste nel numero dei femminicidi. L’unica speranza è che raccontare queste storie serva a fermare qualcuna, o qualcuno, prima che sia troppo tardi.
Lo spazio raccolto di Binario 30, ancora una volta, elimina la distanza tra chi racconta e chi ascolta, qui lo spettatore è chiamato a entrare nella storia, a restare nei fatti, senza scorciatoie emotive né consolazioni.
La domanda finale resta sospesa, irrisolta, necessaria: “gli uomini smetteranno di ucciderci?” Una domanda che il teatro consegna alla coscienza collettiva, chiedendo di non distogliere lo sguardo.
CRONACA A TEATRO
PODCAST DAL VIVO CON GIOVANNA CUCÈ
La storia di Sara Di Pietrantonio
16 gennaio 2026
Binario 30 – Via Giolitti 159, Roma – info@binario30teatro.it
Loredana Margheriti
ProgettoItaliaNews Piccoli dettagli, grandi notizie.


