Corte tedesca scongela il Recovery. Che succede ora?

Dopo ostacoli e ritardi, finalmente una buona notizia sulla strada – tutta in salita – del Recovery Fund. La Corte costituzionale tedesca ha respinto il ricorso contro il piano europeo di ripresa. La Corte di Karlsruhe a fine marzo aveva accolto l’esame del ricorso, presentato dal fondatore dell’Afd, Bernd Lucke, e che ha finora impedito al Presidente della Repubblica federale di ratificare la legge votata a larghissima maggioranza da Bundestag e Consiglio delle regioni.

Finché tutti i Paesi membri dell’Ue non avranno approvato lo schema alla base del Recovery fund, la Commissione non potrà iniziare a raccogliere sul mercato i 750 miliardi da distribuire poi ai 27 sotto forma di contributi a fondo perduto e prestiti.

Adesso Bruxelles, che ha più volte sollecitato i Parlamenti nazionali a completare la ratifica, spera di chiudere la partita entro la fine di giugno, deadline che senza l’ok della Corte tedesca rischiava di slittare.

Prima ad accogliere con favore la notizia, favore la decisione la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen, ha scritto in un tweet. “L’Ue è sulla buona strada con la sua ripresa economica, a seguito di questa pandemia senza precedenti. #NextGenerationEU aprirà la strada a un’Unione europea verde, digitale e più resiliente”.

E mentre il Portogallo è il primo paese UE a presentare il piano, anche l’Italia alle battute finale. Il nostro PNRR sarebbe diviso in 16 categorie di spesa, con progetti articolati su circa 200 pagine e 500 grafici, secondo una bozza pubblicata da Boomberg, che descrive il piano come “la sua migliore possibilità per l’Italia – finora in questo secolo – di voltare pagina dopo due decenni di stagnazione”. Efficienza energetica, ristrutturazione degli edifici e ferrovie le voci di spesa più importanti, mentre il 40% delle risorse sarebbe destinato al Sud.

Strategico il maxi-capitolo della Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura al quale sono destinati 46,3 miliardi di euro. Alla Transizione verde,  69,8 miliardi di euro.

Alla fine si sforerà quota 220 miliardi di euro. Non tutti però saranno fondi europei. Ai circa 191 miliardi che arriveranno dall’UE l’Italia ha scelto di aggiungere 30 miliardi del fondo complementare nazionale, che serviranno a finanziare opere infrastrutturali che potranno essere realizzate anche oltre i sei anni previsti dal Next Generation EU.

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