Considerazioni su ‘A Porte chiuse. Dentro l’anima che cuoce’, in scena fino al 26 novembre, all’Off/Off Theatre di Roma

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Roberto Staglianò, la recensione sul testo in programmazione al Teatro Off/Off di Roma: ‘A Porte chiuse. Dentro l’anima che cuoce’,  tratto da uno scritto di Jean Paul Sartre. 

 

‘A porte chiuse. Dentro l’anima che cuoce’ è un momento di grande teatro che deve essere visto, vissuto, partecipato. Lo spettacolo di Andrea Adriatico e Stefano Casi ha debuttato al teatro Off/Off in via Giulia il 21 novembre, con  le repliche cheproseguiranno fino al 26.

In scena quattro straordinari interpreti abilmente diretti da Andrea Adriatico. Teresa Ludovico è un’attrice e regista, direttrice artistica del Teatro Kismet e dei Teatri di Bari. Ha collaborato con Marco Martinelli e Giovanni Tamborrino e si è occupata di opere liriche e di spettacoli messi in scena anche in Inghilterra e in Giappone.

Francesca Mazza è insieme una delle attrici protagoniste del teatro contemporaneo italiano nonché fondatrice del ‘Teatro di Leo’. Con Andrea Adriatrico ha interpretato ‘Madame de Sade’, ‘Il ritorno al deserto’, ‘Non io’ e il film ‘Il vento,di sera’.

Leonardo Biancori, l’angelo nero, viene dalla scena bolognese e ha lavorato presso il Teatro comunale di Bologna e il Teatro di Vita.  Gianluca Enria è un attore e regista che è stato diretto da Ronconi, Bene, Camilleri, Corsini, Guicciardini. Anche lui ha già recitato in alcuni spettacoli di Adriatico, tra cui ‘Giorni felici’  e ‘Il ritorno al deserto’ e ha lavorato anche per cinema e televisione.

Insieme hanno saputo coniugare l’energia fresca e contemporanea, racchiusa nel testo-capolavoro di Jean-Paul Sartre, scritto nel 1944, con sensibilità, precisione nella forza narrativa, grande ascolto e generosità nel diventare la materia vivente del dramma  Non si può fare a meno di rilevare il grande lavoro di scrittura-adattamento del testo e di regia teatrale che sottintende all’ispirazione e all’azione che si vede e vibra, pulsante, in scena.

A porte chiuse rappresenta il dialogo tra due donne e un uomo Una traduttrice italiana naturalizzata in Marocco, una ‘regina’ rom e un eroe negativo e vigliacco intrappolati in quell’elegante salotto-camera d’albergo senza specchi-letto stile impero che è la metafora dell’eternità e di un aldilà dove loro scontano la loro pena di essere stati ignavi, vigliacchi, assassini, disumani  Rivivendo le loro storie l’uno diventa il torturatore degli altri due, costringendosi l’un l’altro a rivelare le loro scomode verità, le conseguenze del male che hanno covato dentro e hanno portato fuori miseramente o forse ineluttabilmente. Con grande senso di misura e senza eccessi di sbavature, Andrea Adriatico e Stefano Casi hanno saputo mantenere il fulcro dell’opera, uno dei capolavori della drammaturgia europea del ‘900. Hanno realizzato un’operazione di riflessione sull’attualità, inserendo elementi di cronaca e di racconto storico come il ricordo di Giulio Regeni.

Il pubblico in sala ha saputo cogliere la potenza e il dramma di una storia. Un uomo aperto al mondo, un giovane ricercatore dei nostri tempi, contro cui si è scagliato tutto il male di quello stesso mondo che lui stesso voleva semplicemente comprendere.  La voce ferma della madre testimoniava i dettagli di un incontro all’obitorio. Forse l’unico elemento di eccesso visivo, come il colore selettivo in fotografia, è stato lo zoom sulla punta del naso di Giulio. Un accenno di applauso, subito soffocato, ha però evidenziato, la grande sensibilità, il nesso tra scena e realtà.

L’emozione è stata molto forte e, coinvolgendo gli spettatori presenti in sala, essi stessi sono diventati i testimoni dell’inferno del loro tempo. L’inferno che sono gli altri quando uccidono. L’inferno che siamo noi quando lo accogliamo dentro di noi e lo nutriamo facendoci lentamente uccidere.

Foto di scena di  Michele Tomaiuoli

Roberto Staglianò

 

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