Considerazioni di Roberto Staglianò sullo spettacolo ’10 miniballetti’ del Collettivo CineticO, messo in scena al Teatro Lido di Ostia

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Roberto Staglianò una recensione su ’10 miniballetti’ del Collettivo CineticO messo in scena al Teatro Lido di Ostia.

 

È un grande ritorno quello di Francesca Pennini, al Teatro del Lido di Ostia, che ha eseguito i suoi 10 Miniballetti domenica 11 marzo. Assistere ad una performance del Collettivo CineticO- un solido gruppo di danzatori e artisti che da Ferrara si sono spinti cineticamente verso il mondo-  è sempre una grande esperienza. Ricca di suggestioni e di immagini, di ricerca e di contatto fisico con il pubblico. Il giusto balance tra introspezione spirituale ed estrinsecazione corporea. L’idea è che il movimento, la performance è un dentro/fuori ora caotico, ora disciplinato. Proprio perché è il caos che concepisce e genera una stella danzante. CineticO è compagnia residente del Teatro Comunale di Ferrara e, ad oggi, ha prodotto diverse creazioni e vinto molti premi, l’ultimo, il più recente è stato il premio Ubu per Sylphidarium.

Un grand-jeté è sempre un grand-jeté, può variare nella pulizia delle linee, nella personalità e nell’intensità dei colori messi in scena dal danzatore o dalla étoile, ma interpretare uno svenimento, in posizione supina, dopo aver fatto una sequenza di evoluzioni acrobatiche, precise, con almeno due modalità e prospettive diverse, cambiando repentinamente il registro dell’esecuzione, con la naturalezza di un battito cardiaco o di un respiro, è qualcosa che solo pochi possono osare e fare, artisti come Francesca Pennini. Come diceva il maestro e poeta Giuliano Scabia ne Il canto di Zäreymakù: ‘L’universo è un unico tutto come un respiro, un soffio’.

Avere un posto laterale, in prima fila, permette di sbilanciarsi con lo sguardo, cogliere dettagli e sfumature con occhi diversi. I coreografi sanno benissimo che movimenti in avanti, in diagonale e in cerchio garantiscono la maggiore proiezione e visibilità. L’angolazione della poltrona numero uno permette di sbirciare notando la disposizione dei fari, le luci che vanno dal basso verso l’alto, la dimensione degli spazi delle quinte, l’ingresso a sinistra da cui fa capolino la Pennini che sporgendosi appena, scruta il pubblico in attesa, ritornando subito nel nero delle pareti. Gli occhi si direzionano e si spostano come in un esercizio di camminata in diagonale per attore.

Francesca Pennini entra in scena con una tuta rossa e il numero 10 sul petto.  Lei che ha curato la regia e le coreografie dei 10 Miniballetti, balla la suite da sola. Il suo passo è sicuro e il suo sguardo fermo. Entrando da sinistra si muove verso il proscenio e va dritta verso il pubblico, camminando fino a raggiungere il fondo della sala. Porta un antico cimelio, un registratore portatile, a cassetta, che diffonde quello che sembra un fruscio, un sibilo, un suono naturale reso artificiale e ipnotico, come in un esercizio di meditazione. Si muove simbolicamente un po’ come il vento, camminando, attraversando le file della platea, stabilendo un contatto e abbracciando spettatori conosciuti e sconosciuti, contando i respiri, espirazione/inspirazione. Sul palcoscenico rimane illuminata dai riflettori la piccola montagna di piume e un ventilatore che con le sue pale non distruggerà mai quella composizione simmetrica verso l’alto. Il vento è presente in scena, si vede da subito, non sarà mai l’aria mossa dal ventilatore a destabilizzare quella giogaia piumata. Il vento, l’aria è un elemento naturale che sarà il sottofondo presente in tutto lo spettacolo e durante i 10 Miniballetti.

Inizia così la danza che è da subito l’espressione di simmetrie, di un corpo esibito, spinto al massimo della flessuosità con una grazia e una semplicità come se fosse ognuna di quelle posizioni fosse automatica e naturale.

Si coglie, nell’evoluzione dell’opera, lo spessore del lavoro di drammaturgia realizzato con Angelo Pedroni, che è il fine drammaturgo del Collettivo, colui che si muove sospeso tra corde e parole, evocando dimensioni oniriche, ricordi e ossessioni. È sublime allora unire la narrazione, il racconto, la parola, il disegno delle luci alla danza.  I 10 Miniballetti sono stati realizzati anche grazie all’assistenza operativa di Carmine Parise, un’altra colonna del gruppo, l’uomo dal grande dorso che contribuisce alla stabilità, alla solidità, alla direzione dell’energia cinetica delle onde del Collettivo.

 Danzare è come volare, nello spazio di aria verso il cielo. Si vola tra i ricordi di un quaderno rosso con gli anelli, su cui la Pennini, da ragazzina, aveva fissato i suoi appunti di passi di danza, per realizzare coreografie da una a tre stelline. Si vola mediante un tocco di spassosa ironia tra passato e presente. E la fantasia ci permette di compiere un ulteriore volo pindarico: la tecnologia del drone realizza una meccanica scenografica e tersicorea, sparigliando finalmente quelle piume bianche. Di oche? Di colombe? Di canarini? Chissà…

Il drone volteggia e si innalza, potrebbe fare anche un pas jeté o un relevé, perché no? Distruggendo quel cumulo centrale si formano colonne di piume e pulviscolo bianco in sospensione, sotto il cono di luce dei riflettori che sedimentandosi disegnano un cerchio imperfetto su quel palcoscenico che il corpo di Francesca Pennini sembra riempire e occupare. Altro elemento scenografico è il microfono che arriva dall’alto, non serve per amplificare la voce della Pennini, quanto piuttosto per realizzare un’intima connessione, un rapporto confidenziale e stretto, una relazione comunicativa con se stessa e con gli altri, il pubblico.

Il gran finale è il passo dell’uccello realizzato in una sorta di penombra creata con il fumo. C’è un’annotazione, un monito: non dimenticarsi il costume nero. Singolare e bizzarro il gioco di contrasti cromatici, prima il body della Pennini era nero sul contrasto bianco delle piume sparpagliate ovunque. Adesso la sua pelle bianca e nuda si veste, viene ricoperta di colore nero. Nella mente scorre, come un rapido frame, L’Albatro di Baudelaire. Un grande uccello marino che è bianco e nero. Baudelaire ci suggerisce che il poeta è come il volatile: libero, maestoso in aria, capace di sollevarsi da terra e volare in alto. Come Francesca Pennini che danzando spicca il volo con la grazia e la poesia di quell’albatro. Senza mai essere catturata dai marinai.

Foto di: Marco Davolio, Claudia Pajewski, Luigi Gasparroni,  Angelo Pedroni

Roberto Staglianò

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