Considerazioni di Roberto Staglianò su ‘Incognito’ di Nick Paine, in scena al Teatro La Cometa di Roma fino al 22 aprile

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, la recensione di Roberto Staglianò su ‘Incognito’,   di Nick Payne in scena al  Teatro della Cometa di Roma fino al 22 aprile.

Dopo Londra e New York, anche Roma si appresta a celebrare e a riconoscere il fenomeno di un’opera: Incognito di Nick Payne, in scena al Teatro della Cometa fino al 22 aprile. Di Payne generalmente si dicono due cose, anzitutto che è un drammaturgo inglese, contemporaneo e di talento. La seconda è una sorta di celebrazione mondiale, di investitura come il nuovo, il successore di Tom Stoppard, uno che ha vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale del film Shakespeare in Love nel 1999. Questo potrebbe diventare uno sport sconveniente, che distoglierebbe l’attenzione dal lavoro e dalle idee contenute in una drammaturgia viva nella sua complessità.

Dopo ‘Costellazioni’, un gioco a due personaggi, sulla meccanica quantistica, che a Broadway è stato messo in scena con attori del calibro di Jake Gyllenhaal e Ruth Wilson   – in Italia è stato messo in scena con la regia di Silvio Peroni – arriva ‘Incognito’, con i suoi enigmi. Protagonisti assoluti sono quattro attori di talento, in un gioco di squadra semplicemente perfetto: Graziano Piazza, Anna Cianca, Giulio Forges Davanzati, Désirée Giorgetti. Quattro interpreti che si moltiplicano fino a diventare ventuno personaggi, con diversi colori di voce, magistrali caratterizzazioni dei personaggi, piccole sfumature che creano grandi differenze, dettagli nervosi e tic, cambi repentini, autentici e veloci come un click.  Assistere alla rapidità con cui ognuno di loro entra ed esce, senza sbavature, da un ruolo all’altro, con un cambio di battuta, qualche gioco di luce, continui scambi di posizione, all’interno di una scenografia essenziale a semicerchio aperto, è di così rara ed eccezionale bellezza.

La regia è di Andrea Trovato; è stato proprio lui che ha scoperto quest’opera al Manhattan Theatre di New York, decidendo così di lanciarsi in quest’avventura. In Italia l’hanno portata con l’obiettivo, squisitamente comunicativo e teatrale, di restituire il testo al pubblico nell’originalità della sua narrazione. La produzione dello spettacolo è stata realizzata in tandem tra la Compagnia Gli Ipocriti di Melina Balsamo e la Compagnia Carmentalia. Quest’ultima è nata dalla passione per il teatro di Andrea Trovato, Giulio Forges Davanzati e Stefano Vona Bianchini.

È vero che il cervello è il protagonista di Incognito. Come oggetto di scena, conservato in un contenitore di vetro, immerso in un liquido chimico e torbido, come sfondo luminoso e videoproiettato. Ma soprattutto come luogo della mente che sviluppa la facoltà di tenere insieme i nostri ricordi. Un organo per archiviare dati, conoscenze, esperienze ma anche lo strumento plastico per interpretare e dare senso alla consistenza di materia umana, del divenire delle nostre vite. Una memoria che crea identità e che caratterizza le storie vissute che a loro volta diventano argomento di sceneggiatura e di arte.

Graziano Piazza, Anna Cianca, Giulio Forges Davanzati, Désirée Giorgetti interpretano ventuno personaggi che si muovono nel tempo e nello spazio. È bello vederli mentre si spostano tra i decenni, da un secolo all’altro, rimanendo sempre concentrati in un continuum di contemporaneità. Che una delle tante storie sia accaduta negli anni ’50 è solo un dettaglio delle note di regia. Il pubblico è immerso in qualcosa che può sentire vibrare come in un presente indefinito. È bello vederli realizzare movimenti armonici su musiche e partiture. È bello vederli muovere mescolando le tre storie principali di Incognito.

Alcuni fatti sono realmente accaduti, ad esempio il caso di Thomas Stoltz Harvey, che nel 1955 eseguì l’autopsia sul corpo di Albert Einstein, All’insaputa di familiari ed eredi trattenne il cervello del Genio per sezionarlo e studiarlo nella speranza di fare scoperte sulla mente umana.

C’è poi il caso di  Henry Molaison che, nel 1953, in seguito ad un intervento di rimozione di una parte del cervello per guarire le sue crisi epilettiche, subì il danno irreversibile della perdita della memoria a lungo termine.

Da quel momento iniziò la sua rovina, poiché non fu più capace di memorizzare qualsiasi cosa per più di pochi minuti. Solo un ricordo rimase fulgido nella sua mente: il suo amore per la moglie e fu proprio questo a proteggerlo nell’unico contatto con la realtà e fino alla sua morte avvenuta nel 2008.

Nella letteratura scientifica è conosciuto come il paziente HM, l’essere umano più studiato dalla neuroscienza.

La terza e ultima storia è quella di Martha, una neuropsicologa dei giorni nostri che compie la sua indagine su chi detiene la più grande e vantaggiosa fortuna. Noi che in condizione di normalità e con la nostra volontà non riusciamo a dimenticare determinate cose, anche se lo volessimo, oppure i suoi pazienti affetti da amnesia che non riescono a memorizzare, ma possono dimenticare dolori e ferite?

Il mistero che rimane irrisolto è: ‘Siamo solo il risultato delle nostre esperienze, degli incontri che abbiamo fatto, degli amori che abbiamo vissuto, delle persone che abbiamo perduto? E se la nostra mente non fosse capace di ricordare: esattamente, cosa resterebbe di noi?’.

Roberto Staglianò

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