Considerazioni di Barbara Lalle su ‘Trainspotting’ in scena al Teatro Brancaccio di Roma fino all’8 aprile

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, le considerazioni di Barbara Lalle su ‘Trainspotting’ in scena al Teatro Brancaccino di Roma fino all’8 aprile.

 

 

Fino all’8 aprile al Brancaccino di Roma sarà replicato Trainspotting la cui prima è stata giovedì scorso, il 5 Aprile.

Se il nome non vi è nuovo, ma non vi ricordate dove l’avete sentito, ve lo ricordo subito. Nel 1993 Trainspotting usciva nelle librerie, prima edizione originale, come primo e più felice romanzo dello scrittore scozzese Irvine Welsh: raccontare le avventure e le disavventure dei componenti di un gruppo di tossicodipendenti nella Edimburgo di fine anni ottanta. Nel 1996, contemporaneamente usciva la traduzione italiana del libro e al cinema la trasposizione di Danny Boyle, film presentato fuori concorso al 49º Festival di Cannes sempre nello stesso anno.

Io ero adolescente in quegli anni, ricordo che tutti ne parlavano e anche io lo andai a vedere, alcuni amici andarono ben tre volte. Divenne un vero e proprio cult tanto che nel 1999 il British Film Institute lo inserì al decimo posto della lista dei migliori cento film britannici del ‘900 e nel 2004 il film è stato definito come il miglior film scozzese di tutti i tempi in un sondaggio di pubblico generale. Ogni tanto il giudizio del pubblico e della critica vanno di pari passo. L’anno scorso, a oltre vent’anni di distanza, T2 Trainspotting, il sequel con gli stessi attori, solo di vent’anni invecchiati.

Trainspotting è la storia di quattro ragazzi e una ragazza.
Mark Renton, disoccupato come la maggior parte dei giovani scozzesi della sua generazione, ha trascinato nella confusione e nella dedizione ad ogni tipo di droga i suoi amici d’infanzia. Sick Boy, un appassionato di cinema e sciupafemmine, Begbie, un pericoloso outsider sempre alla ricerca della rissa, Tommy, un seguace del bodybuilding, e Alison, fidanzata di Sick Boy, che cerca di conciliare la sua dipendenza dalla droga con il suo ruolo di madre. Per ingannare la noia, i personaggi rubano, e si distruggono di eroina, tutti tranne Tommy, che vive un’altra forma di dipendenza.

Il regista Sandro Mabellini sostenuto da Viola Produzioni – Accademia Degli Artefatti, si è deciso ad adattare questa storia per il teatro, con l’aiuto di Festa, Di Giacomo, Bellocchio, Cardinali che ne hanno curato drammaturgia scenica, ‘per mettere in scena persone che l’uomo medio non vuole vedere; perché i personaggi di questo romanzo ci costringono a farci domande sul funzionamento della nostra società’.

Rents, Spud, Franco, Sickboy, la Madre Superiora, Tommy, Allison sono i nomi che vediamo scritti  davanti a noi, in una scenografia scarna ed essenziale. Quattro microfoni, quattro sgabelli bianchi, quattro lampadine attaccate ad un filo che a volte simulano essere microfono, iniezione o altro. Una televisione ci porta negli anni ’90: un video in cui un ragazzo balla in maniera desueta, al ritmo della tekno. Esiste ancora la tekno, ma anche essa non è più la stessa. Quattro gli attori in scena, seduti, in mutande. Michele Di Giacomo, Riccardo Festa, Valentina Cardinali, Marco Bellocchio faranno da soli e pregevolmente tutti i personaggi. Passano da un registro all’altro, ad una mimicità e fisicità senza esitazione. Una tenda Decatlon è in scena e diventa casa e soluzione per cambi abiti, e i vari passaggi di ruolo. Dei numeri appaiono su uno schermo posto in fondo, aiutando a comprendere i cambi. Non tutti i punti salienti del romanzo e del film vengono riportati, per fortuna.  Risulterebbe troppo lungo, seppur già lo è.

Per quasi due ore vediamo agitarsi questa gioventù nichilista e cinica, forse un po’ di meno sarebbe stato sufficiente e maggiormente leggero. ‘Scegli noi. Scegli la vita. Scegli il mutuo da pagare, la lavatrice, la macchina’ era il monologo finale di Rents, il manifesto di questa sbandata combriccola. Non verrà recitato questo passaggio. Sono scelte, lo slogan per quanto famoso, poteva essere troppo scontato. Tutto risulta molto comprensibile, anche se credo non godibile da chi non dovesse saper a priori la storia. Insomma, se non sei figlio di quegli anni, non credo sia lo spettacolo per te.

Barbara Lalle

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